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Time Machine: The Flectcher Memorial Home

leave

La finestra non offriva una grande visuale, ma permetteva di portare il calore e la luce in una stanza completamente avvolta dal grigio. Erano proprio stanze come quella a rappresentare il mondo di alcune tra le persone più sfortunate di Grandville. La “Home” la conoscevano tutti in città, ma si faceva finta che non esistesse. Era una presenza scomoda. Lì passavano la giornata alcune decine di persone con problemi psichici. Quello era tutto il mondo di Irvin. Viveva lì dall’età di 16 anni, abbandonato a se stesso, accudito da estranei che lavoravano controvoglia per un misero stipendio. Le giornate di Irvin, come quelle degli altri, non erano che un alternarsi di giorno e notte, colazione, pranzo e cene, momenti vuoti e crisi nervose. Così da 14 anni. La dieta era monotona, monocromatica, come la grigia vita nell’istituto. Irving amava passare le giornate lontano dagli spazi di socializzazione, rintanato nella sua camera.

Se non fosse stato per il lavoro, Anne sarebbe potuta uscire con Adam. Rimase a fare lo straordinario nel piccolo self-service in centro a Grandville. Non ne era affatto felice, sapeva che Adam aveva organizzato tutto e lei aspettava quel primo appuntamento da tempo. Dovette desistere e si ritrovò a fare il turno fino a mezzanotte. Alle 23:40 il self-service era vuoto e la città deserta. Sapeva benissimo che a quell’ora di mercoledì non sarebbe arrivato nessuno. Chiuse il locale e si avviò verso casa. L’estate si faceva sentire anche a quell’ora. Dopo alcuni passi Anne si sentì chiamare. Si voltò e lo vide. Adam era rimasto ad aspettarla non curante delle ore che passavano. Le prese la mano e lei arrossì. Entrambi, pur senza mai dichiararsi chiaramente, aspettavano quel momento da tempo. Anne si sentiva imbarazzata, spaesata. Quasi incredula iniziò a pensare a cento cose diverse. Riuscì addirittura a preoccuparsi per il suo aspetto fisico, più da lavoro che da uscita romantica. Adam la consolò e le propose una passeggiata lungo le rive del fiume Liffey, lì dove gli alberi della pineta arrivavano quasi a sfiorare l’acqua, lungo il sentiero che portava al porto di Santa Lucia. Lei imbarazzata accettò. Dopo un po’ si ritrovarono a parlare, sorridere e scherzare illuminati dal bagliore della luna.

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Vuoi salvare? No.

Tra me e lui c’è sempre stata la tecnologia di mezzo.
Ci siamo conosciuti tramite email, abbiamo socializzato grazie ai rispettivi computer, ci siamo organizzati grazie agli sms e ci siamo lasciati con l’instant messaging.
Il nostro primo incontro avvenne sul foglio bianco di una email condivisa con il resto della mailing list di quelli che sarebbero diventati, poi, i nostri amici. Nel reply o nel forward lui sembrava un disinibito sciupafemmine, uno di quelli che ti conquista con un link o con un jpg senza nemmeno il lume della candela.
Dopo numerose litigate pubbliche e virtuali, una sera ci trovammo casualmente sulla chat di un sito di frequentazione comune ad entrambe. Un repentino scambio di battute, un paio di invii e si scivolò verso la decisione di bere un bicchiere di vino per potersi conoscere davvero. Fu così che la nostra relazione cominciò.
Grazie alla tecnologia. [...]

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Abissi

Inabissato nella immateriale estraneità dell’essere, non ritrovava più la strada di casa.
Si perse in una musica straziante e prepotente, intenta a toccare le note più recodite del nostro animo.
Leggeva, guardava l’orizzonte, sospirava attendendo.
Attendeva che qualcuno si accorgesse del suo animo, che qualcuno andasse da lui cercando di non farlo sentire solo.
Toccava con un dito in cielo e con l’altro gl’inferi.
Dominava e abbandonava i suoi ricordi, le sue emozioni, disperato, incosciente.
Tentava, si arrampicava lì dove non poteva arrivare.
Piangeva e poi rideva, come un pazzo cosciente della propria malattia.
Nemesi di una prudente vita accostata ad un atavica descrizione del mondo, troppo orrenda per essere raccontata.

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Desideri autunnali

img - desideri - Michele! Michele! Vieni, c’è la torta!- Nadia chiamava agitata il suo fratellino maggiore, troppo occupato ad intrattenere gli ospiti per vedere l’enorme massa succulenta di panna, crema e pan di spagna che era arrivata in tavola. Michele accorse e tutta la famiglia si radunò lì vicino. -Dai Michè, esprimi un desiderio! - disse zio Luca. Michele imbarazzato provò a pensare a qualcosa. Non ci riusciva, era timido e arrossiva al pensiero di doversi comportare ancora come un adolescente, ormai aveva 23 anni. - Su spegni le candeline ed esprimi un desiderio, altrimenti la cera cade sulla panna!- La voce di sua madre si fece imponente, così si decise e chiuse gli occhi, riempiendo d’ aria i polmoni… Una sposa percorreva il viale accanto la chiesa. L’ombra della torre pendente la precedeva mentre il battistero segnava la fine del suo percorso. I clic delle macchine fotografiche erano la voce dominante, mentre il brusio della gente echeggiava in sottofondo. Il tintinnio delle tazzine da caffè, indicava la strada da percorrere, soffocandosi lì dove un violino, una chitarra o una fisarmonica riempivano l’aria con le loro note. L’Arno, poco più in là, scorreva pacato, tranquillo lungo il suo percorso sempre uguale, mentre Garibaldi, dall’alto del suo piedistallo, guardava lungo il ponte. Più avanti, sotto la torre dell’orologio, un cantastorie recitava una poesia di Elizabeth Barrett Browning. Lei era lì, affianco a Michele, e lui la guardava stupito, sconcertato dalla bellezza dei suoi occhi color gianduia. Quella presenza al suo fianco lo rassicurava, lo metteva a suo agio. La guardava e tutto era secondario. Poco più tardi, un treno arrivato in ritardo ripartì… - Michele! Che ti sei addormentato? Dai che devo tagliarla!- Michele aprì gli occhi e sconcertato vide la faccia soddisfatta di zio Luca: -Vedrai che si avvererà..Buon compleanno!-

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Sunrise

img - treno Michele aprì gli occhi che non era ancora l’alba. Sarebbe voluto rimanere nel letto, in fondo aveva dormito solo quattro ore. La sera prima aveva cenato con gli amici più intimi, salutandoli con un triste abbraccio dopo aver finito una succulenta torta gelato. Sarebbe partito alla volta di Torino per proseguire gli studi universitari.

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La finestra non offriva una grande visuale, ma permetteva di portare il calore e la luce in una stanza completamente avvolta dal grigio. Erano proprio stanze come quella a rappresentare il mondo di alcune tra le persone più sfortunate di Grandville. La “Home” la conoscevano tutti in città, ma si faceva finta che non esistesse. Era una presenza scomoda. Lì passavano la giornata alcune decine di persone con problemi psichici. Quello era tutto il mondo di Irvin. Viveva lì dall’età di 16 anni, abbandonato a se stesso, accudito da estranei che lavoravano controvoglia per un misero stipendio. Le giornate di Irvin, come quelle degli altri, non erano che un alternarsi di giorno e notte, colazione, pranzo e cene, momenti vuoti e crisi nervose. Così da 14 anni. La dieta era monotona, monocromatica, come la grigia vita nell’istituto. Irving amava passare le giornate lontano dagli spazi di socializzazione, rintanato nella sua camera.

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