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Talk is cheap. Show me the code

A volte mi trovo di fronte a degli obbrobri inimmaginabili. Lasciare ai programmatori il compito di creare le interfacce utente è una follia, ma accade. Ricordo che durante le scuole superiori, quando mi stavo diplomando da Perito in informatica e telecomunicazioni, non è mai successo che qualcuno parlasse di diversi livelli di programmazione o della differenza tra  creare un’ interfaccia e creare il motore software. Era un tutt’uno. Ok, erano altri tempi e dopo aver passato anni a programmare in Turbo Pascal, Assembly e C, l’unica interfaccia che avevi di fronte era una linea di comando. Qualcosa però cambiò con Visual Basic, ma la svolta si ebbe con HTML anche se non tutti lo capirono (e lo capiscono). Dovettero volare un paio di 3 prima che molti degli alunni della mia classe si rendessero conto che HTML non è un linguaggio di programmazione. Ricordo ancora i floppy disk da 5 pollici e un quarto che l’assistente di laboratorio durante il primo anno custodiva come fossero pietre preziose e sui quali salvavamo i nostri primi scarabocchi digitali fatti con gli Intel 8086 (che poi ritrovammo nel laboratorio di Elettronica al 4° anno). Per la cronaca il mitico signor Tucci oltre a farci vedere come si programmava in Turbo Pascal era anche colui che ci insegnava ad usare il calibro, il micrometro e al secondo anno il tornio. Roba da preistoria industriale che però aveva un suo perché.

Beh, in tutta onesta bastava che qualcuno ci dicesse che qualche anno prima un’azienda americana aveva scritto le leggi sulle quali poi tutti si sarebbero basati per creare interfacce utente. Ci bastava anche solo che ci venisse dettata qualche semplice regoletta. E invece no. Niente.

Il problema è che oggi molta di quella gente lì si trova a programmare per piccole software house, magari dopo aver preso la facoltà di informatica, senza la benché minima idea dell’esistenza di una bibbia che tutti dovremmo possedere in casa possibilmente lontano dal manuale di cucina o taglio e cucito.

E così nascono quegli obbrobri di cui parlavo prima. Software che fanno cose banali, a volte davvero stupide, ma che sono tremendamente complicati da usare. Si sa, a volte i programmatori hanno degli sfoghi artistici che li portano a voler mettere a tutti i costi in mostra le proprie capacità e competenze. A volte guardi il codice e ti ritrovi di fronte a librerie assurde o funzioni senza senso che però hanno quel non so ché di perverso. Roba da erotismo nerd per intenderci. Quelle cose che quando le scopri non puoi fare a meno di metterle ovunque. Il risultato? Una marea di immondizia digitale.

Lasciate perdere i software più blasonati, quelli che tutti hanno scaricato illegalmente nel proprio hard disk. Sotto quel livello luccicoso c’è una marea di inutile immondizia che ogni tanto andrebbe spazzata via.

La cosa preoccupante è che sta accadendo la stessa cosa per le interfacce dei software per cellulari. Presto saremo sommersi anche lì di bruttezze e pesantezze inutili. Che Dio ci salvi.

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Il Web degli albori

Spesso ci proiettiamo nel futuro, guardiamo al Web che verrà, alle applicazioni in fase di studio, a quelle che usciranno, ma molto raramente ci voltiamo a guardare indietro.

La strada che abbiamo fatto fino ad ora non è stata semplice. Ha avuto alti e bassi, momenti di crisi e delusione fatte di bolle speculative e rinascite inaspettate.

Oggi vi propongo un salto nel passato: nel 1994.

continua su OneWeb2.0

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Da Farnsworth alla Net TV passando dalla provincia

La prima parte dell’articolo di Giuseppe Granieri su Apogeonline riassume in maniera egregia il passaggio da una cultura economica di massa a quella delle nicchie. Come ricorda Giuseppe, citando lo stesso Anderson, questo fenomeno non è iniziato con internet, ma con l’introduzione di quelle techiche che ci permettono di organizzare, vendere, trovare beni. L’introduzione dell’ISBN, del codice a barre, dei database relazionali sono solo alcuni degli esempi possibili.

Internet ha semplicemente amplificato i fattori in gioco in questo processo di organizzazione e ricerca (ed eventualmente acquisto). Nell’articolo è giustamente sottolineato l’aspetto storico della questione, in quanto rappresenta bene l’andamento di un mercato di acquirenti in rapporto alla disponibilità dei beni. Se si osserva questo rapporto in funzione del tempo, ci si rende conto che la crescita esponenziale degli acquisti è funzione del crescere dei mezzi e delle techiche in grado di soddisfare le esigenze dei consumatori. Come Internet abbia fatto impennare verso l’alto questa curva lo spiega Chris Anderson nel suo libro. La teoria della “lunga coda” quindi non è altro che la versione digitale di un processo analogico già in atto durante il corso della storia. La teoria della “lunga coda” inoltre (come faceva notare qualcuno tempo fa), non è altro che la trasposizione moderna del Principio di Pareto (1897).

La teoria di Anderson insomma, non è una novità, ma spiega bene i processi economici moderni che regolano la legge della domanda e dell’offerta su Internet, che Giuseppe Granieri sintetizza in questo modo:

Il rapporto tra informazione e mercato è una variabile determinante nel funzionamento del mercato stesso. Per ottimizzare al meglio domanda e offerta è necessario che il potenziale portatore di domanda sia pienamente informato sull’offerta. Se, in una ipotesi teorica, esistessero tutte le informazioni necessarie su tutti i prodotti disponibili, sapremmo innazitutto qual è esattamente il prodotto che soddisfa in pieno le nostre aspettative. E poi, con ragionevole probabilità, potremmo sospettare di nutrire delle aspettative che non credevamo di avere perchè non immaginavamo che determinati prodotti esistessero.

Sulla base di questi principi è assolutamente eclatante l’esempio dell’aumento dell’offerta nelle piccole librerie dopo aver utilizzato un piccolo stratagemma:

Qualcuno forse ricorda le librerie di Mezzocannone a Napoli, locali piccolissimi in cui generalmente non si riusciva quasi ad entrare, ma in cui esisteva un rapporto fiduciario tra cliente e titolare. Poi fu escogitato un altro sistema: togliere i libri dagli scaffali e, in luogo di mostrarli col dorso, impilarli con la copertina in alto e far passeggiare il lettore tra i titoli. Un modo come un altro per aumentare l’informazione e far conoscere l’offerta. E naturalmente, come parziale supporto alla circolazione di informazioni, c’era anche il passaparola tra conoscenti, colleghi ed amici.

Questo è un chiaro esempio di come già tempo fa il mondo analogico aveva fatto un passo in direzione di quello attuale (digitale) spinto da una necessità che internet ha risolto…o sta risolvendo:

Ma c’erano anche altri problemi strutturali. La distribuzione costa e fuori dalle aree molto urbanizzate non è economicamente sostenibile, in assenza di una massa critica di lettori. Quindi va fatta una scelta: ancora una volta, in periferia e in provincia, si mandano solo i titoli con maggiori probabilità di essere venduti. I bestsellers, appunto. [..] Librerie come Amazon hanno cercato di integrare la capacità sociale di far circolare informazioni sull’offerta con la disponibilità totale di accesso a tutti i titoli. E’ da questo momento che ha cominciato ad essere evidente la “coda lunga”: con maggiori informazioni e maggior accesso, le scelte degli individui non convergono su pochi titoli, ma assecondano le preferenze personali (e si comincia a far fatturato vendendo poche copie di moltissimi titoli).

Il discorso si concentra poi su Anobii, uno strumento in grado di superare i limiti di Amazon che, per quanto evoluto, manca di una componente umana e sociale forte.

Il mio discorso però non prosegue su Anobii. Ho preso spunto da questo articolo per portare avanti un ragionamento uscito in parte già in qualche post precedente e sul quale vorrei soffermarmi un po’ di più: l’applicazione di queste teorie alla Net-TV.

Continua ‘Da Farnsworth alla Net TV passando dalla provincia’

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Storia dell’informatica - IBM

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