Il valore dell’informazione e del suo calesse
Chi mi ha seguito su twitter, su facebook e nel post precedente sa tutto: sono tornato in possesso del mio account di Google stasera alle 21:45, dopo 14 giorni di “astinenza”.
Dopo aver preso (giustamente) insulti a destra e a manca, devo però svelarvi una cosa.
Faccio una premessa che dovrebbe essere superflua a coloro che sono stati più attenti: il post precedente è stato pubblicato ben 13 giorni dopo aver perso l’accesso. C’è una chiara spiegazione per questo, ma andiamo con ordine.
La perdita della casella email non mi ha preoccupato per niente. Tutti i dati sensibili che mi riguardano sono backuppati su più hard disk che tengo qui a Milano, ma anche al sicuro a Matera (in parte ho anche altri backup meno “sensibili” in dei server negli stati uniti).
Per via del lavoro che faccio la sicurezza dei dati sensibili è una mia priorità, motivo per cui nella casella di posta non c’era assolutamente niente che avesse potuto rovinare i miei sonni. Forse, in parte, è anche per questa mia attenzione che faccio il lavoro che faccio, quindi vorri tranquillizzare tutti gli interessati. I dati aziendali che ho avuto in passato e di cui sono in possesso ora sono ben lungi dall’essere in una casella di posta gratuita senza troppe garanzie. Ovviamente uso username diversi e password più o meno diverse a seconda del tipo di servizio “sensibile” che sto usando.
Sia chiaro: fossi il responsabile di una persona così “leggera”, la licenzierei in tronco.
Qui arrivo al post “in ritardo” di 13 giorni.
Se sono passati tutti questi giorni dalla creazione di un post (cosa più facile del mondo per uno che ha un blog da 5 anni), è perchè in quei 13 giorni ho cercato il modo meno “infelice” per recuperare ciò che io ritengo così importante. Il fatto è che, aimè, ho potuto constatare come sia davvero difficile riuscire a contattare qualcuno dentro BigG, perciò una cosa che ritenevo molto più semplice, mi ha messo in difficoltà.
Constatata questa mia difficoltà ho iniziato ad attivare la rete di contati che avevo a disposizione, utilizzando anche alcuni Social Network che mi permettevano di trovare qualcuno che mi potesse segnalare una via da seguire.
Anche qui è stata dura. Ho rotto le scatole a diverse persone. La risposta alle mie mail di aiuto non è mai arrivata. Nel frattempo i giorni passavano e io continuavo a non poter accedere a quelle informazioni così vitali. Avevo appreso però che dovevo inventarmi qualcosa che poteva creare un po’ di rumore. Se io non riuscivo ad andare da Google, dovevo far in modo che Google venisse da me. Così ho seguito un consiglio.
A quel punto ho scritto il post, senza però abbandoanare le attività di mailing che continuavo a portare avanti. L’unica differenza era che avevo scritto un post in cui rimarcavo l’impossibilità di accedere alle mie informazioni a causa di un meccanismo che non funziona prevalentemente per via di un’attività di assistenza umana inesistente.
Questa volta, non so se per via del post o di cosa, la risposta all’ennesima mail è arrivata. E in fretta.
Morale della favola, sono riuscito a recuperare il mio account un trentina di ore dopo la pubblicazione del post.
Ciò che non sapete però è cosa dovevo assolutamente recuperare da quell’account e cosa mi ero dimenticato di proteggere in modo così preciso come tutte le altre informazioni che ritengo davvero rilevanti e fondamentali per me e per la mia azienda. Questo è stato un errore, ma l’ultimo backup non aveva degli aggiornamenti importanti e per via di un bel po’ di cose da fare in ufficio, era stato un po’ trascurato.
Ciò di cui sto parlando è un semplice file da pochi kb che in questo momento per me è di vitale importanza: l’OPML con la lista degli oltre 450 feed che leggo e che custodisco e gelosamente.
Agli occhi di qualcuno sommerso dalle richieste di assistenza, questa è una richiesta così banale da rischiare di non essere presa neanche in considerazione. E così è stato per 13 giorni, ovvero fino alla data di pubblicazione del mio post che da allora ha accompagnato una succinta mail di supporto.
Trovandomi spesso dall’altra parte, so che c’è differenza. Fortunatamente ha funzionato.
Sono sicuro che qualcuno continuerà a ritenere stupido tutto ciò considerando che è stato fatto tutto in funzione delle fonti inserite in uno dei servizi a cui l’account di Google dava accesso: l’aggregatore.
Personalmente ritengo che perdere quella lista avrebbe significato perdere oltre 5 anni di lavoro certosino, aver sprecato tempo e risorse inutilmente ed essere costretti a rifare tutto d’accapo, ma soprattutto avrebbe significato perdere un valore che ritengo importantissimo al giorno d’oggi.
Oggi più che mai sono convinto che la fonte delle informazioni sia molto più rilevante dell’informazione stessa, di cui la fonte è portatrice. Il valore, anche economico, delle fonti è molto più rilevante delle informzioni e per chi vive di informazioni, quel valore è notevole.
Ho ritenuto che mettere in scena questo piccolo siparietto sarebbe potuta essere cosa meno indolore. Così è stato.
Chiedo ovviamente scusa per la piccola “presa in giro generale”, ma vorrei comunque ribadire una cosa ai signori di Google. Sono passati 10 anni e siete cresciuti non poco, non fate l’errore di perdere la giusta direzione, ma soprattutto e cosa fondamentale, non dimenticate da dove venite.
A tal proposito il penultimo post di Vittorio Zambardino contiene un monito riferito a tutt’altro ambiente, ma che credo sia universale e condivisibile anche in questo caso:
Ai giornalisti che stanno pensando che tutto questo non li riguarda, dico che concordo se si pongono sul piano personale. Se invece parliamo del fenomeno sociale dissento forte: questo è il pubblico, sono quelli che ci danno da mangiare. Sapere come vivono è importante. Per saperlo c’è un solo modo: essere uno di loro.



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