Credo che narrazione, design, tecnologia e media differenti possano coesistere.
Il mio lavoro è far si che questo accada.
Questo è il posto dove condivido note, idee, lavori in corso. Tutti i giorni. ...o quasi.
Località dove fra il 1960 e il 1963 vennero posizionati 45 missili a testata nucleare JUPITER. Ogni base aveva 3 missili, uno di lancio e 2 di riserva. 10 basi sono in Italia fra Puglia e Basilicata, e 5 in Turchia.
La fiamma indica la posizione delle basi, il cerchio viola i centri di telecomunicazione troposcatter più vicini alle basi, smantellati nel 1994 in tutta Europa e gli aerei le basi aeree: la Base Nato di Gioia del Colle, tuttora in funzione, l’aeroporto Belbek in Crimea e la Base dell’Aeronautica Sovietica. Le linee blu segnalano l’orientamento delle basi di lancio. L’obiettivo era Mosca per quasi tutte le basi.
Ne parlavo anch’io tempo fa su questo blog, ma Francesco ha mappato le basi tra Puglia e Basilicata. Basta zoommare per vedere le basi dall’alto.
Mi sono arrabbiato, e tanto, guadando questa inchiesta perchè ci ho visto molto di quello che sono. Ci ho visto molto di quello che ho passato negli anni in cui ho vissuto nella mia terra d’origine. E, come tanti altri, ci ho visto molte cose di cui non sapevo, di cui avrei voluto sapere, ma che mi sempre state negate.
La scorsa settimana, nel tentativo di portare all’attenzione di chi mi segue sul blog e sui social network, l’appuntamento di stasera con il Vanguard mi sono imbattuto in un commento lasciatomi su Facebook che mi ha fatto spavento. Superato questo ho riflettuto su cose che non ho mai voluto vedere fino in fondo.
Mi è stato chiesto da un amico come mai stessi in qualche modo supportando Current a fare un inchiesta che avrebbe messo in cattiva luce la mia terra. Come dire: i panni sporchi andrebbero lavati in casa.
La cosa mi ha spaventato perchè mi sono ritrovato a fare i conti con una mentalità purtroppo diffusa, capace di osteggiare le scomode verità che, anche se ci danno fastidio, ci troviamo a coprire per via di chissà quale orgoglio, di chissà quale senso di appartenenza che alla lunga si scopre deletereo per noi stessi che quella terra la viviamo e la amiamo ogni santo giorno.
Non metto in dubbio la bontà delle affermazioni di colui che mi ha scritto questo commento, ma purtroppo questo difetto di noi lucani non è che solo uno dei motivi che tanto spesso ci portano a essere così invisibili nella società civile, così poco conosciuti, così screditati nonostante, sono convinto, non ci sia nulla da invidiare a nessuno.
Il problema è che dobbiamo fare i conti con la realtà, la stessa che spesso tendiamo a sottacere, a nascondere per non fare brutta figura. Dobbiamo invece incazzarci, lottare affinchè venga fuori e serva per creare un posto migliore. Per noi stessi.
Trovo alcune parole di Vito a proposito di questa inchiesta, assolutamente calzanti. Parole che arrivano da un uomo del sud che con situazioni come queste ci ha avuto a che fare più e più volte.
Parlare di Sud ancora oggi impone una scelta a priori. Bisogna decidere in che chiave parlarne, a chi raccontarlo, perché. Il mezzogiorno d’Italia non è solo un luogo geografico, né un unicum definibile e ben identificabile. Esistono tanti sud, ognuno dei quali preferibile a seconda degli interessi di chi ne parla. [...] Ma c’è un Sud più importante di tutti gli altri, perché in esso convergono tutti i sud elencati e, soprattutto, i loro destini. E’ il sud dell’ecomafia. Quello fatto di politiche scellerate e conniventenze che hanno permesso, negli ultimi decenni, un assalto senza precedenti al territorio e all’ambiente. Punto di approdo dei veleni delle industrie del nord Italia e dell’Europa, zona franca per l’abbattimento dei costi di smaltimento di rifiuti, tossici e pericolosi. [...] Un sud di falde acquifere contaminate, vocazioni agrituristiche soffocate in virtù di interessi particolari, paesaggi alterati. Un sud sconosciuto, impossibile da monitorare. E’ il sud più importante perché è in questo sud avvelenato che vive, si ammala e muore una parte del nostro Paese. Perché la bomba ecologica è già esplosa e adesso la questione è decidere come decontaminare l’area, ricomporre i pezzi, salvare i resti. Indietro non si torna. E’ anche lo stesso sud che risponde all’omertà con la denuncia, al silenzio con la protesta, all’ignavia con la ribellione. E oppone alla violenza l%2
Si amici miei. L’isola felice di cui tanto ci vantiamo, alla fine, tanto felice non è. Ed io, da sempre orgogiosamente lucano, di questo non posso certo farmene un vanto. E mi fa male. Ma sento di dover denunciare tutto questo, pretendendo risposte da tutti quelli che pur sapendo, quelle risposte avrebbe dovuto darle tempo fa e che invece hanno taciuto per il proprio interesse. Le mie parole e i miei sentimenti riuguardo un’altra storia non tanto lontana, tornano quindi ancora una volta alla luce, provocandomi le stesse sensazioni. Il sentimento che ho provato vedendo quello che c’è sotto il coperchio della pentola non può che provocarmi quelle stesse sensazioni, quella stessa arrabbiatura.
Spero che qualcuno capisca fino in fondo quello che sto scrivendo. Spero di non dovermi più ritrovare solo a lottare contro i mulini a vento. Spero che l’orgoglio di un popolo cocciuto ma sincero, povero, ma fiero esca fuori e si riprenda ciò che gli spetta. Non ci sarà nessun messia questa volta, bisogna riprendere in mano la propria vita, mettersi insieme e urlare ancora più forte delle ipocrisie di chi ancora millanta promesse con la retorica dell’impossibile. A questo punto non c’è più niente da perdere. Sta solo a noi decidere il nostro destino.
E alla fine continuo, ripeto e ripeterò all’infinito rivolgendomi a tutti quelli che con me condividono la terra, il sangue e la passione per quello che abbiamo: dovete svegliarvi da questo torpore! Dovete reagire a quello che ci stanno facendo, a quello che stanno facendo ai posti magnifici in cui abbiamo avuto la fortuna di nascere, al nostro lavoro, al nostro futuro. Dobbiamo far in modo che esca fuori quell’animo fiero e sincero che ci caratterizza, lo stesso che ha lottato per la liberazione delle terre, per le scorie di scanzano, per supportare altre mille cause che hanno portato un popolo dimenticato ad essere una cosa sola, a farsi sentire perchè cocciutamente testardo. Dobbiamo tornare ad essere una cosa sola. Dobbiamo amare ogni giorno quello che abbiamo e che, per colpa di qualcuno, stiamo perdendo giorno dopo giorno, un po’ alla volta, come fosse un tumore che ci corrode nel tempo. In questo caso la cura siamo tutti noi con la nostra capacità di guardarci un unico popolo, di far sentire la nostra voce, di lasciare l’omertà, di metterci la faccia e l’anima. Capaci di poter tornare orgogliosi di essere figli di una terra che non potremo fare a meno di portare sempre nel nostro cuore. Perché tutti noi siamo questo. Figli di una terra che ci è madre e come tale porteremo sempre con noi.
Da una nota di Giovanna su Facebook che sento il dovere di condividere, per la bellezza delle parole, ma soprattutto per la vicinanza degli ideali e delle emozioni che questo post trasuda.
Questo siamo, piaccia o no.
Non chiedetemi di scegliere, né di riflettere per l’ennesima volta sulle differenze nord-sud, sui costi-opportunità del vivere qui o lì, su dove scommettere e sacrificare, su dove aggiungere e cosa togliere. Se “tutto il mondo è paese”,o se la questione meridionale sia ancora in piedi, come cinquant’anni fa, a guerre finite. Ho poche certezze: vivo lontana dalla Basilicata da 11 anni, per una scelta che nel tempo diventa via via più ragionata, consapevole, con tutti i suoi pro e i contro. Anni di studio, incontri straordinari e mediocri, amori (possibili e non), distanze, nostalgie e piccoli successi che mi hanno spinta sempre un po’più in là. Cerco di non sedermi, non sentirmi mai arrivata da nessuna parte, davanti a nessuna scrivania, davanti a nessun nuovo capo. Questa ostinata ambizione mel’ha trasmessa la mia terra, ormai lo so. E se potessi scegliere se vivere qui o a mille chilometri di distanza, non so ancora cosa sceglierei. Ho forse superato il senso di colpa di chi parte e si sente traditore. Trovo legittimo andare a prendersi ciò che manca anche lontano, se necessario. Amo pensare che il mio “orgoglio lucano” stia nel rimanere fedele a me stessa, ai valori con cui mi hanno educata e a tutto quello che ho respirato sin da bambina. La lealtà, il senso del dovere dei miei genitori, l’onestà intellettuale come guida, regalo di alcuni, rarissimi, insegnanti, la gratuità, l’essere ben disposti verso il prossimo. Valori. Che mi fanno sentire fedele a me stessa se in un gruppo di persone rimango quello che sono, anche se potrei essere percepita ingenua, o molto vicina allo stereotipo di donna cresciuta in provincia e partita in cerca di fortuna, invece che a quello di donna in carriera. Partire anche per imparare ad andare oltre quello che pensa la gente, rompere gli schemi, sentirsi vivi, col proprio bagaglio di ricordi, tradizioni, amici d’infanzia che stanno lì e ti rassicurano, ti sostengono, anche solo nel ricordo di una foto sulla spiaggia a vent’anni. Ma tu, insieme a un po’ di solitudine che ti fa guardare dentro e ti insegna a capire chi sei, cosa togliere e cosa tenere, dove andare.
Tornare: quando il calendario dice che è tempo, e in effetti quando il cuore sente che è ora. Trovare i genitori che invecchiano e sentirsi di nuovo egoisti, irriconoscenti. E dall’altra parte indipendenti, liberi. Non mi piace inveire contro la classe dirigente, obsoleta, ignorante. Mi disgusta il pensiero comune che sia sempre colpa degli altri se le cose non vanno, se la gente fa la valigia. “Qui non c’è niente”, ma anche “A lavorare al nord per 1200 euro non ci vado” (troppo duro stirarsi la camicia da soli e vivere senza troppi egi). Allora? Allora credo fermamente che non è vero che solo i migliori se ne vanno; molti restano, divincolandosi tra clientelismi, giochi sporchi della politica e dando vita a cosa belle, che non esistevano. Rimanendo con le radici ben salde. Allora è possibile, eccome. Ha un prezzo alto da pagare.
So solo che il sud è una nostalgia dell’anima che non ti abbandona mai, che sa riconciliarti col mondo e allo stesso tempo metterti davanti a tutte le miserie, le meschinità e l’ignoranza di cui l’uomo è capace. Da donna, aggiungo, è capace di farti sentire allo stesso tempo madonna e sgualdrina, appendice di uomini che ti vorrebbero inchiodata al ruolo di moglie: poche possibilità di scegliere, mediare, condividere le incombenze della famiglia e dei figli. Eppure.
Di così tanto mondo, il sud rimane l’unico posto in cui, periodicamente, ritorno, con la speranza di dare qualcosa e la certezza di prendere, sempre.
Pochi sanno che Henri Cartier-Bresson, il famoso fotografo francese ha fatto ben due viaggi in Lucania: il primo nel 1951-52, il secondo vent’ anni dopo.
Molti miei concittadini hanno sicuramente ben presente alcuni dei suoi scatti, segno indelebile di un passato non così remoto che accompagna il nostro essere orgogliosamente lucani. Cartier-Bresson ha vissuto, osservato e impresso per sempre, quello che molti ricordano essere il periodo più tumultuoso della recente storia lucana, quello delle agitazioni contadine per l’assegnazione dei latifondi, lo stesso che anticiperà la rivoluzione del modernismo consumista che inevitabilmente invaderà, anche se più tardi, queste terre lontane dal mondo. E’ proprio qui che Cartier-Bresson coglie il grande contrasto sociale, culturale e generazionale che ha investito questa terra da metà del ’900 in poi.
Terra di contrasti affascinanti, di orgoglio contadino e paradossi spesso esaltati dalle vicende storiche:
Era un giorno dell’ estate 1952 e il sole alto sullo zenith di Scanzano, un centro agricolo del Materano, faceva la piana ampia e tersa; una grande folla ondeggiava fra bandiere e cartelli davanti a un palco. Lì, attorniato da burocrati e carabinieri, Amintore Fanfani assegnava le terre dei latifondi divisi. La Leika di Cartier Bresson ha fissato, di quella cerimonia, un’ immagine curiosa: un nuovo assegnatario saluta il ministro democristiano, dispensatore di poderi, con la destra alzata, romanamente. Come dire, parafrasando il titolo del libro di Carlo Levi, anche la storia s’ era fermata a Eboli.
Ma cosa trovò di particolare in Lucania Cartier Bresson?
Lo racconta Mario Quesada in un articolo su Repubblica del 15 settembre 1990:
Una città come Matera, corrosa dal vento e dal sole, fatta di piccole case di antri e d’ improvvisi campanili barocchi. La città dei Sassi, dove Giovanni Pascoli aveva abitato felice ma pensoso, ricordandola poi con un velo di poesia e di malinconia, non era cambiata nei primi cinquant’ anni di questo secolo e nelle fotografie ora pubblicate appare simile ad un castello di sabbia gocciolata dalle dita di un bambino sulla riva del mare. Tuttavia, negli scugnizzi, nei vecchi vestiti di nero, nei panni stesi alle canne tra i vicoli malsani s’ avverte qualcosa d’ irrisolvibile, di definitivamente depauperato. La tragedia rende immobili i volti che guardano l’ obiettivo come antefisse etrusche, contrapponendo al destino soltanto rassegnazione. Spesso l’ ha detto lo stesso autore il caso portava la macchina fotografica su scene involontariamente comiche come quella del saluto fascista o l’ altra in cui un vecchio accigliato e impietrito sta vicino a un’ edicola con bene in vista Grand Hotel, Bolero Film, Novella, Eva, cioè la più discutibile stampa d’ evasione. Nel 1972-73, al secondo viaggio, quando per la scoperta del metano nella valle del Basento la regione sperava nel decollo, Cartier Bresson fotografa la convivenza dei vecchi comportamenti con le nuove mode e con il consumismo che, s’ intuisce dal reportage, porterà con sé effetti devastanti. Le immagini più belle ed agghiaccianti di questo gruppo sono quelle con grandi e piccoli uomini politici intenti a distribuire favori con sulle facce la smorfia del potere.
Un segno indelebile di quel passato in grado di modellare in maniera così netta e distinta le sorti un popolo. Una segno in grado di descrivere come pochi altri sono riusciti a fare, il passato umile e fiero della mia terra, ma anche lo speciale sentimento della condizione umana, rimasta attardata nel trascorrere del tempo. Un viaggio per Matera guidato dalla suggestione prodotta dall’amicizia con Carlo Levi e con il poeta Rocco Scotellaro, immerso nella severa capitale culturale e morale della Lucania e nei paesi attorno che hanno nomi di antichi eremitaggi: Aliano, Craco, Pisticci, Stigliano, Rionero. Tutto vissuto e raccontato attraverso l’obiettivo indulgente e sincero di un maestro di questa imperitura arte dell’immagine.
Sul sito della Magnum Photos è possibile vedere alcuni degli scatti del fotografo francese e non solo.
Questa invece è la raccolta fotografica che ripercorre il viaggio di Henri Cartier-Bresson.
Leggo con molta apprensione le parole del presidente della mia regione.
Sono tanto spaventato quanto sbigottito dagli eventi che ci stanno passando sotto il naso.
La gogna mediatica in cui vive l’Italia è ormai sintomatica della mancanza di cultura, intelligenza, coraggio e capacità intellettuale e morale di molta della gente che legifera alle nostre spalle.
Le stupidaggini che sento spesso in giro sono davvero l’oppio di poveri bigotti rincretiniti dalla politica truffaldina e razzista di qualcuno che in un paese completamente allo sbando, fa della gente e delle sue risorse quello che vuole.
Le verità che non si raccontano nelle TV e nelle piazze verdi del nord-est sono il vero specchio delle vili intenzioni di questo CIARPAME DITTATORIALE che ci comanda.
Il popolo lucano ha già dimostrato altre volte quanto sia capace di combattere per i propri diritti e di certo non si spaventerà a tornare per strada per combattere l’esproprio ingiustificato e meschino di una delle poche ricchezze capaci di portare benefici e lavoro in una terra dimenticata da tutti, Cristo compreso.
Non si tratta solo di un delitto istituzionale, dell’ aberrazione dell’informazione, dell’insulto all’intelligenza e all’onore di un popolo. Stiamo parlando dell’esproprio di una delle poche cose che ci erano rimaste: la dignità e la speranza.
Chiedo quindi a tutti quelli che ritengono questi comportamenti degli esempi di infamia, di unirsi, di smuovere tutto e tutti, perchè la questione del razzismo di cui tanto si dibatte in questio giorni è solo fango negli occhi di chi quel razzismo lo pratica già da tempo nei confronti del suo stesso popolo.
Se ci dev’essere una seconda scanzano in Val d’Agri allora ci sarà. E se ci sarà da farsi sentire, state sicuri che lo farò con ogni mezzo a mia disposizione.
Su Facebook grazie a Vito L’Erario è partita la mobilitazione lucana, per il momento siamo in 221. Non fermiamoci, siamo appena partiti, invitiamo amici e conoscenti a firmare. Vi invito a farlo su questo sito: Salviamo la Basilicata
Piango per via dell’ennesima scure che si abbatte contro il mio orgoglio. Con oggi in qualche modo ho aperto gli occhi verso una realtà che non ho mai voluto guardare fino in fondo, per via della consapevolezza di trovare ciò che non avrei mai voluto vedere.
Da oggi, una parte di me esce sconfitta.
Con oggi realizzo quanto sia improbabile poter tornare a vivere nei miei posti dell’anima, nella mia terra, e più mi chiedo il perchè, più quella consapevolezza affiora in superfice trasferendomi rabbia, rancore e voglia di vendetta contro tutti quelli che hanno contribuito ad allontanare i propri figli.
Il risultato è che si è costretti a vedere la propria “madre” scendere a compromessi con la povertà. A vendersi per un tozzo di pane. E pensare che quando inconsapevolmente trovò una miniera nel giardino di casa, gridò ricchezza, svendendo tutto, persino la propria anima.
La cassaforte delle risorse naturali italiane, che i paesani chiamano amaramente “Lucania Saudita”, consumata per riprodurre il sistema del riscatto ai miserabili.
Questo è quello che è rimasto: una casa che per quanto ancora pervasa dal calore famigliare, si è ridotta ad un dormitorio di poveri miserabili, furbi, pazzi, politici corrotti, puttanieri, strozzini, faccendieri, tragattini e genitori che piangono la lontananza dei propri figli.
Una casa piena di armadi d’oro, di tangenti, di scheletri e di schifezze, capace di lasciare fuori con le pezze al culo quelli che del proprio mestiere antico hanno fatto bandiera, che nonostante il freddo, la fame e le lacrime continuano a battere i denti e a fare il loro umile lavoro a testa alta, a portare avanti una tradizione che sta morendo sotto le macerie dell’ipocrisia.
Con oggi muore un pezzo del mio orgoglio, ma si rafforza anche la convinzione di non aver fatto ancora niente per la mia terra. Con oggi cresce la necessità di volersi riprendere quello che non ci hanno saputo dare.
Spero che qualcuno capisca fino in fondo quello che sto scrivendo. Spero di non dovermi più ritrovare solo a lottare contro i mulini a vento. Spero che l’orgoglio di un popolo cocciuto ma sincero, povero, ma fiero esca fuori e si riprenda ciò che gli spetta. Non ci sarà nessun messia questa volta, bisogna riprendere in mano la propria vita, mettersi insieme e urlare ancora più forte delle ipocrisie di chi ancora millanta promesse con la retorica dell’impossibile.
A questo punto non c’è più niente da perdere. Sta solo a noi decidere il nostro destino.
Una bella storia a lieto fine per un vino italiano non abbastanza valorizzato. La riporta Paola Jadeluca, di Repubblica Affari & Finanza, citando l’articolo del New York Times con cui il critico enologico Eric Asimov porta in piena luce un vino prodotto in Basilicata, l’Aglianico del Vulture. Un rosso (in particolare il Carato Venusio della Cantina sociale di Venosa) che invece meriterebbe ben altra considerazione e potrebbe tranquillamente competere con i più blasonati Chianti, Brunello e Barolo.
La fama del Carato Venusio ha portato il nome dell’Aglianico del Vulture in nord Europa, Inghilterra e Danimarca, paesi molto esigenti in fatto di vino, ed è sbarcata in America. A Venosa oltre 900 ettari di vigneti sono il patrimonio di 500 soci: il più grande ha 15 ettari, il più piccolo 300 are, ma tutti insieme hanno dato vita alla più grande tenuta del posto. Due milioni e mezzo di euro di investimenti e il «progetto bottiglia» come è stato ribattezzato, ha portato un vino, il Vignali, l’etichetta base che costa solo 10 dollari, fin sulle pagine del New York Times.
L’Aglianico è un vino doc che vanta un profumo delicato di frutti neri maturi e un sapore inconfondibile che hanno colpito grandi personaggi del passato, tra i quali Carlo D’Angiò e Papa Paolo III Farnese. Un rosso che ha oltre 2000 anni di storia (sarebbe stato introdotto in Italia dai Greci, mentre la trasformazione del nome Hellenica in Hellanica e quindi in Aglianico si fa risalire alla fine del XV secolo, al tempo del dominio degli Aragona sul Regno di Napoli) e che esprime una equilibrata contaminazione tra la composizione del terreno di origine vulcanica e l’esposizione climatica delle colline di Venosa.
Se leggendo vi è venuta sete di Carato, sappiate che una bottiglia di questo Aglianico del 2003 dovrebbe costare intorno ai 14 euro.
Per il mio corso di Cultura dei Nuovi Media, c'è un sito dedicato. Mi trovate anche su questi Social Network: Twitter, FriendFeed, Facebook, Linkedin o Flickr. Sono anche appassionato di Fotografia. Qui trovate i miei scatti.
Ovviamente potete anche scrivermi una mail: giovanni.calia [at] gmail.com
ultimi commenti