Archive for the 'web 2.0' Category

La mappa del Se in un’ambigua rappresentazione di un probabile presente

Teorie, scontri, utopie e proiezioni sulla rete. Da quando è diventato “di massa” il medium del medium ha attirato lo sforzo interpretativo di centinaia di intellettuali e polemisti. Risultato: un variegato manipolo, ogni giorno crescente, di serissimi studiosi, giornalisti, intellttuali e brillanti cialtroni, ha dato vita in questi 15 anni a un groviglio di letture della più grande piattaforma di espressione e comunicazione mai esistita. Abbiamo provato - senza nessuna pretesa di esaustività e con una buona dose di ironia - a dare un ordine a questo manipolo di idee in movimento in una mappa pubblicata oggi su Chips&Salsa, inserto tecnologico del manifesto.

Così si apre l’articolo di Visionpost a proposito delle “scuole di pensiero” che stanno veicolando l’impatto sociale e culturale dell’Internet nella cosidetta “società moderna”.

Grazie alla creazione di questo bellissimo quadro sono riuscito a rispondere ad una domanda che mi ponevo da anni e che secondo le mie stime avrebbe ottenuto una risposta fra circa 20/30 lustri. La domanda è semplice ed è frutto della mia morbosa curiosità verso ciò che accadrà.

Molti di noi sono ben coscienti che noi (coloro che stanno vivendo questo preciso periodo storico) verremo rappresentati in futuro come quelli che hanno vissuto la rivoluzione più grossa della storia dell’umanità, quelli che hanno vissuto la transazione “dall’atomo al bit“.

Quello che mi sono sempre chiesto è come verremo rappresentati nei libri di storia del futuro.

Grazie alla capacità della società moderna di rendere obsoleto ciò che veniva considerato novità solo poco tempo fa e grazie alla progressiva accelerazione del concetto di tempo che Internet ci costringe a vivere, oggi ho avuto un anticipazione della risposta alla mia domanda. Quella previsione si è accorciata di circa 15 anni e questo mi fa riflettere sempre più sull’idea di “tempo” che, con il passare degli anni, diventa sempre meno quantificabile e prevedibile, trasformando tutto il futuro in una buona approssimazione del presente. Come nel cinese, dove il futuro (la rappresentazione sintattica del futuro delle cose o degli eventi) non esiste, ma viene trasformato in una ambigua rappresentazione di un probabile presente, in cui il contesto domina la sintassi.

In questo senso il lavoro degli storici viene fatto dai contemporanei e così ci ritroviamo a descrivere noi stessi.

La più bella definizione del quadro ritratto nell’articolo di Visionpost credo l’abbia data Giuseppe:

E’ una mappa sintetica, ma utilissima per ricostruire un contesto in cui, come sa chi passa da queste parti ogni tanto, parliamo tutti della stessa cosa ma non siamo necessariamente tutti dentro la stessa conversazione.

Il bello è che senza l’ “Intelligenza connettiva“, (quella che prima del bit veniva considerata “collettiva” e prima ancora chiamata non intelligenza, ma “inconscio“), tutta questa “coscienza” di Se (e intendo il Se “collettivo”) non sarebbe esistita.

La cosa curiosa ed interessante è che in questo modo ci si trova a esprimere giudizi collettivi su un Se altrettanto collettivo, generando riflessioni condivise, discussioni globali e di conseguenza probabili stravolgimenti di quello che sarebbe dovuto essere il futuro senza la presa di coscienza del “Se collettivo”.

A questo punto la mia domanda originaria sul futuro torna a non avere una risposta, ma forse ho portato a casa qualche risposta in più sul presente.

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Microblogging for Dummies

Con il tempo, le applicazioni pensate e create inizialmente per il Web si sono diffuse anche su dispositivi mobili, che nel frattempo hanno subito una radicale trasformazione sia nel software che nella capacità connettiva. Si è concretizzato il sogno di Howard Rheingold di essere “Always On” e quindi le applicazioni si stanno adattando anche all’utilizzo mobile. Una delle applicazioni che per prima ha sfruttato questa possibilità, riscuotendo un enorme successo è Twitter.

Si tratta di una piattaforma di microblogging creata da Evan Williams di Odeo. Un blog minimale quindi contenete solo il messaggio e che è stato pensato per segnalare alla propria lista di amici cosa si sta facendo o cosa si sta per fare, dove si è o dove ci si stia recando.
Questo messaggio di status viene segnalato ai nostri contatti, o per meglio dire a quelli che ci hanno aggiunto come contatto, attraverso il sito di Twitter, istant messenger o via SMS. La visualizzazione dei messaggi avviene attraverso diversi canali: Web, Istant Messanger, SMS o attraverso il badge che si può inserire sul proprio sito Web e che indica gli ultimi aggiornamenti. C’è un limite però nell’utilizzo di Twitter: il numero di caratteri a disposizione. I messaggi che si lasciano infatti, non devono superare i 140 caratteri, dando vita ad un tipo di comunicazione molto simile a quella degli SMS.
Il micropost di Twitter è quindi a tutti gli effetti crossmediale e deve far fronte alle differenze tra le fruizioni. Il messaggio non è infatti univoco e può essere influenzato anche dal mezzo stesso. Ne è un esempio l’instant messaging che, per deformazione e per semplicità intrinseca, favorisce l’invio di messaggi in modo frequente.

Al contrario i micropost composti via cellulare saranno più ragionati e più completi. Questo crea dei problemi soprattutto dal punto di vista di chi legge i micropost via Web o via SMS: la natura di un messaggio cambia dalla fase di scrittura a quella di lettura ponendo dei limiti di conversazione. La crossmedialità apre le porte anche a una molteplicità di contenuti che vanno dall’aggiornamento in tempo reale all’intrattenimento, dall’informazione alla pubblica piazza.

Twitter è sicuramente il “Re” indiscusso delle piattaforme di microblogging e vanta una comunità enorme sparsa in tutto il mondo. Google, come al solito, ha cercato di fare qualcosa per accaparrarsi questa fetta di mercato e il 9 ottobre 2007 ha acquistato Jaiku, una piattaforma di microblogging nata nel febbraio 2006 in grado di offrire alcune funzioni in più.
La differenza sostanziale con Twitter è la possibilità di commentare i post altrui quindi di tenere traccia delle conversazioni, ma Twitter sembra dominare ancora la scena.

Si sta affacciando in maniera aggressiva (come spesso accade), una piattaforma più simile a Jaiku che a Twitter, ma che risulta più complicata e che richiede più conoscenza pregressa da parte di chi lo usa. Un ibrido tra un aggregatore e una piattaforma di blogging. Questa piattaforma si chiama FriendFeed ed è stata creata da un ex dipendente di Google. In questo caso sono in pieno accordo con Sergio.

Personalmente ritengo che Twitter rimanga ancora la migliore piattaforma del genere e che continui ad avere così tanto successo proprio per via della sua semplicità ed immediatezza. Molto spesso si cerca di aggiungere funzionalità, ma si perde in usabilità.

Il grosso problema di queste piattaforme è il modello di business che, a distanza di tre anni dalla loro nascita, non è ancora ben definito. La pubblicità è sicuramente una delle soluzioni, ma si sta cercando di capire come adattarla al mezzo.

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Imparare da coloro che ignoriamo

Durante la recente conferenza di Steve Jobs per il lancio dell’iPhone 3G la cosa che mi ha sopreso di più è stata la quantità di paesi “non occidentali” in cui il telefono della Apple verrà distribuito. Ho trovato questa cosa straordinaria.

Quelle che per noi sono applicazioni “divertenti” o futili, in luoghi come l’Africa o il sud America possono risultare di straordinaria e fonamentale importanza.

Pensate alla quantità di cose che si possono fare grazie alla possibilità di muoversi e georeferenziare i contenuti su una mappa tramite il GPS integrato in paesi come la Guinea, il Mali, il Botswana, il Cameroon, il Niger, il Macau,il Keya,  il Senegal oppure il Perù o la Colombia (tanto per citare alcuni dei paesi in cui il telefono della Apple arriverà in luglio).

In questi paesi, ripeto ancora, l’abbattimento del digital divide passa dalle tecnologie mobili proprio perchè mancano quasi del tutto infrastrutture di telefonia fissa, e quindi manca l’internet via cavo.

Le molte applicazioni sviluppate sui cellulari permetteranno alle economie dei Paesi africani di svilupparsi più rapidamente, come hanno dimostrato in questi ultimi due anni progetti delle principali organizzazioni non governative. Servizi di comunicazione via cellulare che hanno contribuito ad accrescere la produttività delle comunità rurali in Uganda, o i primi servizi di pagamento tramite cellulare che diventano preziosi strumento per i piccoli commercianti di Sud Africa, Senegal e Kenya. Non un modo per connettersi a internet, o almeno all’internet come la conosciamo noi, anche perchè il parco telefoni disponibile nei Paesi emergenti non è certo di ultima generazione. Ma un modo per mettersi comunque in comunicazione con gli altri, il che aiuta non solo l’economia, ma la costituzione stessa di una società.*

Il 58% delle persone che possiedono un cellulare vive in Africa. Una delle ragioni di questa diffusione è il grande mercato dell’usato. Molti di questi telefoni, scartati dai mercati europei o giapponesi perché ormai fuori moda o perché soppiantati dai modelli di ultima generazione, vengono inviati ai paesi in via di sviluppo. In Gran Bretagna, ci sono voluti 15 anni perché i telefoni mobili riuscissero a superare quelli fissi, mentre in Tanzania questo ricambio è avvenuto in 5 anni. Se la diffusione della telefonia mobile continuerà con questo ritmo si pensa che nel 2010 i cellulari in circolazione saranno 4 milioni.

Per venire incontro a questo nuovo mercatogli operatori si stanno attrezzando con particolari proposte confezionate sulla base delle necessità degli abitanti di quelle zone.

Le principali aziende telefoniche mondiali offrono ai propri clienti la possibilità di ricevere denaro contante anche nelle zone più remote del continente, grazie a un semplice messaggio di testo.

Molti africani che vivono nelle zone rurali dipendono infatti dal denaro inviato loro dai familiari che lavorano nelle città, ma spesso devono percorrere centinaia di chilometri a piedi prima di riuscire a entrare in possesso del contante. In Kenya, ad esempio, chi lavora in città si affida agli autisti degli autobus per far arrivare il denaro ai propri parenti. Anche chi ha un conto corrente in banca, oggi pochissimi rispetto ai 950 milioni di africani, non dispone facilmente del proprio denaro a causa della mancanza di sportelli nelle zone di campagna. Se gli sportelli bancari sono rari, i telefoni cellulari sono invece ormai milioni, per cui le compagnie di telecomunicazione stanno favorendo la trasformazione del cellulare da semplice ricevitore di chiamate a uno strumento capace di trasformare l’economia africana. I servizi noti come “mobile banking” o “m-banking” consentono infatti di trasferire contanti attraverso un semplice messaggio di testo, facendo affidamento sulla rete di rivenditori locali, che già vendono le carte di ricarica telefonica, per la consegna del denaro.

Lo scorso marzo, l’azienda Orange, di proprietà di France Telecom, ha lanciato il servizio ’Orange Money’ nella Costa d’Avorio, dove solo il 7% della popolazione ha un conto corrente. I clienti possono depositare il denaro utilizzando la rete di rivenditori locali e inviarlo con un sms a persone registrate come clienti della stessa azienda, che lo ritirano poi dal rivenditore più vicino. La Vodafone ha lanciato lo scorso anno in Knya il servizio M-Pesa e oggi conta oltre due milioni di clienti. Orascom, che opera in Algeria, Tunisia, Egitto e Zimbabwe, ha annunciato l’intenzione di avviare presto l’m-banking, mentre il principale operatore di telefonia mobile del continente, MTN, ha già avviato le operazioni di mobile-banking in diverse aree del continente, tra cui il Sudafrica.

Stando a quanto riportato dal Guardian, presto comincerà a operare sul mercato africano anche la principale azienda di m-banking mondiale, Monitise, che ha sede nel Regno Unito. Lo scorso maggio ha infatti siglato l’accordo con l’organizzazione “Made in Africa”, che sostiene lo sviluppo del continente, per operare in Uganda, Tanzania, Ruanda, Burundi, Repubblica Democratica del Congo, Sudan, Kenya e Zambia.* (per approfondire clicca qui)

Questi apparati promuovono inoltre le piccole imprese come nel caso delle comunità rurali dell’Uganda, del Senegal o del Kenia. In questi paesi in via di sviluppo, dove le distanze sono realmente enormi, dove il mercato della telefonia fissa è stagnante e un grande fetta della popolazione non ha modo di comunicare, i cellulari facilitano molto la vita alle persone che lavorano. E’ il caso dei venditori al mercato o dei pescatori che utilizzano il cellulare per sapere dove si trova la verdura al prezzo minore o quale nave attraccherà per prima al porto e che tipo di pesce trasporta. Tutti modi sorprendenti di utilizzare questi piccoli apparati che in pochi anni sono diventati indispensabili per le nostre vite.

Se un pessimista è un ottimista che ha terminato l’apprendimento*, la sensazione che ho oggi dell’Italia è quella di un paese drammaticamente pessimista.

Credo che dovremmo imparare qualcosa da quello che sta succedendo in queste parti del mondo. Il problema del Digital Divide non è un problema a noi estraneo. Ci sono situazioni (che personalmente conosco molto bene) tanto nel sud quanto nel nord Italia che non possono prescindere dalla risoluzione di questo “nuovo male” per poter pensare di costruire un’economia solida e lungimirante.

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Italiani squattrinati, ma viaggiatori

Italiani squattrinati, ma viaggiatori e inguaribili “gourmet” in cerca di tanto relax, lontani da Internet, telefono e televisione.

Ecco la vacanza ideale secondo l’ultimo sondaggio online sui turisti di TripAdvisor.

Nonostante la crisi non si rinuncia alle vacanze.
Si va al mare in Grecia e in Spagna oppure in Sardegna, in Sicilia e in Puglia.
Meglio trovare un buon ristorante che una fugace love story estiva.
Ancora poche le partenze intelligenti e scarso l’interesse per vacanze pro-ambiente.

Milano, 18 giugno 2008 – Un bel gelato sotto l’ombrellone, lontani da televisione, cellulari e senza un collegamento Internet nel raggio di chilometri, con lo sguardo che spazia in contemplazione fra le scogliere di una spiaggia mozzafiato.
Questo il quadro che emerge dalle preferenze espresse da oltre 5.000 viaggiatori, di cui quasi 1.000 italiani, che hanno partecipato al recente sondaggio on-line sulle vacanze estive 2008 di TripAdvisor, la community di viaggio più grande del mondo.

Italiani poveri, ma viaggiatori
Ad accomunare i turisti italiani di TripAdvisor che hanno risposto al sondaggio è soprattutto la voglia di vacanze e l’esigenza di non pensare troppo al risparmio (38%) e alle difficoltà economiche che rendono sempre più difficile far quadrare i conti a fine mese. Il 51% dei vacanzieri di casa nostra dichiara che spenderà per le ferie la stessa cifra del 2007 ed il 37% dei turisti interpellati riuscirà a concedersi dalle due alle tre settimane di vacanza. Il 72% non si farà condizionare dal costo della benzina nel pianificare i propri viaggi, mentre il 59% ha dichiarato che prenderà lo stesso periodo di ferie dell’anno scorso – solo il 12% dei turisti dovrà abbreviare la durata delle ferie estive.

‘Maccarone, m’hai provocato e io te distruggo’
La mitica frase di Alberto Sordi (nel film “Un americano a Roma”) riassume bene la vocazione culinaria dei turisti intervistati: a pesare di più sul budget per le vacanze, se si escludono le spese di viaggio e alloggio, saranno proprio i ristoranti (44%), seguiti dalle spese per i tour (15%) e dai costi per i trattamenti benessere e l’acquisto di capi d’abbigliamento. Solo un fortunato 1% degli intervistati si concederà acquisti di lusso, come opere d’arte o pezzi d’antiquariato, durante la propria vacanza.

Continua ‘Italiani squattrinati, ma viaggiatori’

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Aspettando memesphere

Le parole rimangono nel tempo, ma appaiono nelle conversazioni a volte per pochi secondi

Inizia così l’attesa per uno strumento che si annuncia come una piccola grande rivoluzione “semantica” nel panorama del Web italico.

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Memesphere?

Qualcosa sta per accadere nella blogosfera italiana. Cosa non lo so, ma aspetto curioso di scoprirlo.

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