Con l’avvento della TV e della società dell’immagine siamo cambiati, si sa. Sono cambiate le nostre abitudini, i nostri gusti, i nostri consumi. E’ cambiata la nostra capacità di percezione del mondo. E’ cambiato il nostro senso critico, la nostra visione collettiva ed interpersonale. Siamo stati omologati. Siamo assoggettati al volere dei pubblicitari e degli editori.
E’ un processo che persevera, più crudo e silenzioso di qualunque guerra fredda. Le TV e la pubblicità che parlano di se stessi, poi, sono il mezzo più subdolo e meschino per continuare a trasmettere l’idea di una verità che non esiste.
Siamo sotto un regime di controllo mediatico senza esserne coscienti. Qui non ci sono armi, morti o clamorosi annessioni territoriali proclamate da messaggi unificati. C’è solo la volontà di continuare in questo perpetuo e tanto profondo, quanto inconsapevole, gioco del potere, che ogni giorno ci fa perdere il senso del reale.
In questo mondo viviamo con nonchalance, ignavi di quello che ci succede.
Assimiliamo inconsciamente molti più messaggi di quello che crediamo.
Ci muoviamo tra cartelloni, Spot TV e messaggi subliminali perpetuando nella routine quotidiana come se niente fosse.
Il nostro mondo è l’immagine. Quello che ci circonda è la forma, poi viene il contenuto, che però dev’essere sufficientemente forte da rimanere nei nostri ricordi nel più breve tempo possibile.
La parola scritta sta lasciando il posto alla significazione.
Non serve spiegare. Si costruisce l’artefatto cognitivo ad-hoc.
In questo mondo l’immagine deve essere veloce e discreta, ma sufficientemente potente da trasmettere un messaggio che veicola un’opinione.
In questo mondo nessuno si ferma più a osservare l’essenza stessa dell’immagine, a comprenderla, a decifrarla lucidamente.
In questo mondo non c’è più spazio (economico e cognitivo) per chi richiede attenzione al pubblico.
Per questo la fotografia, ed in particolare il fotogiornalismo, sta morendo.
Uno scatto richiede uno sforzo dell’osservatore molto più importante. Richiede un bagaglio culturale molto più oneroso.
Il valore imprescindibile della fotografia però sta proprio in questo.
Lo sforzo di decostruzione del messaggio è così complesso in questa società che va ragionato e assimilato.
La produzione televisiva, cinematografica o più in generale tutto ciò che è “immagine in movimento” è scandita dai ritmi e dalle esigenze che il Media impone al messaggio. Per questo i tempi, i modi, il linguaggio, le immagini e la loro costruzione, non sono liberi davvero. Sono figli di un limite strutturale. Sono figli dell’economia che grazie a quel limite impone la sua egemonia.
Uno spot televisivo è costruito per essere assimilato in 30 secondi. Stessa cosa vale per film, trasmissioni TV, documentari.
In TV e’ tutto scandito, delineato, chiaramente limitato.
Nella fotografia no, non è così. Una narrazione a mezzo immagine dura il tempo che chi la osserva decide di dedicargli.
Uno scatto nel senso più “antico” del termine, nel senso pre-TV e pre-Internet, ha per taluni, il profondo valore di un messaggio dal valore immenso.
Trovarsi di fronte ad una mostra fotografica o a un sito Web aperto con la coscienza di chi sa che ci troverà solo fotografie di qualità, apre ad un approccio del messaggio tanto consapevole, quanto schietto e sincero.
Il valore di un millesimo di secondo, in questo caso, può valere una vita. Quell’insignificante momento, quello sguardo, quell’essere naturale in un contesto quotidiano, per chi osserva distaccato ma consapevole, può significare un mondo.
Il lavoro di decostruzione di costui, però, è complesso. Richiede tempo e l’ “enciclopedia” giusta per essere assimilato. Ma se lo fa, è capace di scalfire le anime più difficili.
Uno sguardo catturato in una infinitesima frazione di secondo è in grado di trasmettere a questo tipo di osservatore qualcosa di gran lunga superiore ad un Film o a qualunque riproposizione complessa e strutturata della realtà. Ma lo fa allo stesso tempo con facilità, perspicacia e impatto maggiore.
Un immagine, quando ti colpisce, ti entra dentro ed inizia a far parte di te. Non va più via.
Nel mondo che viviamo, l’immagine in movimento è ovunque, ma proprio perché è in movimento, è di passaggio e quindi ha bisogno si essere riproposta per poter arrivare.
La fotografia no. E’ lì, non sparisce, non va via, può essere osservata quanto tempo si vuole. Non ce ne sarà mai un’altra uguale.
Per questo è maggiormente immersiva e trascendente.
La fotografia è l’essenza dell’attimo, ma è capace di trasformare l’attimo in eternità.
In virtù di tutto questo, sento di dover distinguere ancora la fotografia in due categorie: il colore e il bianco e nero.
Sono profondamente convinto che il colore non sia altro che il dare maggior enfasi all’immagine, aumentare l’impatto della stessa affinché possa arrivare prima, più forte, come in TV.
La fotografia in bianco e nero toglie anche questi ulteriori fronzoli. Arriva al profondo del messaggio, rappresentandolo in una forma binaria, affascinante, pura, nuda, essenziale, asciutta, scarna, fragile, aperta e forte allo stesso tempo.
Dichiarare in questo modo che la propria essenza è quella più atavica e realistica possibile, significa liberarsi dei propri fini, significa donare il fulcro stesso del proprio essere, esporre la propria essenza nativa, correre rischi, ma allo stesso tempo permettere la miglior approssimazione del vero.
Il colore in questo senso è un rafforzativo, una cornice, una sottolineatura spesso superflua se chi guarda lo fa con consapevolezza.
L’immersione nel messaggio prevale rispetto all’immersione nella superficie del messaggio.
Quando però lo si fa diventare parte di se, quel messaggio arcaico diventa parte pura e vitale del mondo interno di chi lo ha accolto.
Questa è la fotografia: un’arte che sta scomparendo a causa della mancanza di spazio in un tempo sempre più veloce, un tempo che pur essendo costante ospita sempre più poteri economici, arricchendosi.
Nella fotografia il valore del tempo è solo la diretta conseguenza del valore che noi diamo a lei stessa, perciò non è valorizzabile. E’ poco appetibile. Anche perché della fotografia siamo più consapevoli, più coscienti.
E’ per questo che amo la fotografia.
E’ per questo che credo che in fondo la memoria non archivi lunghi momenti, ma brevi attimi e istantanee.
E’ per questo che una vita non basta per capire come comunicare attraverso un obiettivo.
E’ per questo che credo che le più belle immagini di ognuno di noi, rimangono stampate nella mente e nel cuore per sempre.
Questo post è stato scritto da , il 7 September 2009 alle 1:29 am ed è inserito in fotografia, pensieri ed è taggato con comunicazione, fotografia, mondo media, tv. Questo è il permalink. Puoi seguire i commenti con il feed RSS.


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