Abissi
Inabissato nella immateriale estraneità dell’essere, non ritrovava più la strada di casa.
Si perse in una musica straziante e prepotente, intenta a toccare le note più recodite dell’anima.
Leggeva, guardava l’orizzonte, sospirava attendendo.
Attendeva che qualcuno si accorgesse del suo animo.
Toccava con un dito in cielo e con l’altro gl’inferi.
Dominava e abbandonava i suoi ricordi, le sue emozioni, disperato, incosciente.
Tentennava, si arrampicava lì dove non poteva arrivare.
Piangeva e poi rideva, come un pazzo cosciente della propria malattia.
Guardava il mondo in silenzio. Dialogava in silenzio con chiunque gli stesse attorno, convinto che l’ermeneutica degli amici consistesse nel rispettare il silenzio altrui.
Da bambino pensava che il logorante sopportare una vita di privazioni interiori non l’avrebbe portato lontano. E così fu fintanto che la luce accecante del raziocino non gli si sedette accanto e gli parlò. Allora gli si aprì un baratro nella mente come ad i fisici che scoprono di osservare lo spazio e vederne solo vecchie fotografie.
– Siamo tutti delle marionette, Laurie. Io sono solo una marionetta che riesce a vedere i fili – gli disse.
Con quella visione morì.
Il tempo era simultaneo, un gioiello dalla struttura complessa che prima insisteva a guardare un lato per volta, quando il suo insieme si scorgeva in ogni faccia.
E così attese. Non cercava mai le cose, ma la ricerca delle cose. Non viveva mai nel presente, ma in attesa del futuro.
E fu proprio quel futuro che gli dette la forza di lasciare alle spalle la nemesi di una prudente vita accostata ad un atavica descrizione del mondo, troppo stanca per essere raccontata.
Da allora rinacque.



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