Fotografia: mezzo non significa messaggio

Leggo con piacere che quando si parla di fotografia non la qualità corrisponde con lo strumento.
Quando si parla di qualità però, bisogna fare molta attenzione a specificare che si intende emozione, espressività, creatività o impatto comunicativo. Per raggiungere questi obiettivi, non c’è bisogno necessariamente dello strumento professionale.
Sono discorsi che ho affrontato diverse volte in ambito musicale: per fare un buon chitarrista non c’è bisogno necessariamente di una Fender. Si può trasmettere emozione anche suonando pietre (vedi Páll Stefánsson).
La stessa cosa vale per la fotografia. Si può passare dai paradossi come quello di usare una camera da letto come fosse una camera stenopeica, a scatti bellissimi di professionisti come Chase Jarvis fatti con la banale fotocamera da 2 Mpx montata su un iPhone.
La fotografia è come la musica. L’arte la fa l’artista, non la macchina fotografica che usa o la chitarra che suona.
Certo, se suono una Strato la differenza la percepisco. Se uso ottiche Leica i risultati saranno diversi, ma questo non significa necessariamente “emozionare” o comunicare.
E’ per questo che la Lomografia ha per me totale dignità. Si può fare arte anche con una macchina fotografica di plastica del valore di 20 € o con un fisheye del valore di 15 €.
Il tutto è demandato all’artista.
Certo, nel mio caso, la parola artista è ben lungi dall’essere utilizzata appropriatamente, però grazie proprio alla mia Holga, sto scoprendo queste fondamentali differenze, così come sto scoprendo l’enorme piacere dell’ “attesa dello sviluppo” che una macchina che utilizza rullini da 120 mm può provocare ad un “nativo digitale” (della fotografia) come me, che non ha mai provato a sviluppare uno scatto in camera oscura o a dover selezionare dal negativo le foto da mandare in stampa o no.
Queste, come quelle di Chase Jarvis, sono emozioni che la tecnologia non può darti.



Mi sembra che tu stia pettinando le bambole.
Scrive cose vere ma anche molto ovvie.
La mia domanda è: se hai la possibilità e le capacità di fare arte con una macchina che funziona bene, perché devi farla con una macchina da 20 euro?
In alcuni casi ho il timore che le nuove tecnologie della fotografia, stiano potenzialmente distruggendo la poetica espressa dalle cose e dalle persone che ci circondano. L’accesso a prodotti di qualità da parte delle “masse”, sta portando ad una sorta di livellamento dell’immagine permettendo a chiunque di avere ottimi risultati.
La professionalità certo è un’altra cosa e si percepisce chiaramente, ma ho come la sensazione che si stia perdendo quel luogo di incontro di energie ineffabili che esplodono nell’espressione, cioè in qualche cosa di asimmetrico, di individuale, di impuro e di composito. Il contrario del tipico o dell’usuale. Insomma, ciò che rende unica ogni cosa.
Quel luogo è la nostra anima, il fulcro della nostra espressività.
In questo senso la creazione intesa come la costruzione semiotica di un messaggio che deriva da quel “luogo”, non ha bisogno di ricercare la perfezione. Se mai ha bisogno di fare un passo indietro alla ricerca della imperfezione, dell’impurità, del primitivo. Dell’unicità, appunto.
Per fare questo lo strumento è solo il mero mezzo con il quale un artista di qualunque tipo riesce a materializzare l’immagine che ha in mente o che sente nell’anima.
Lo strumento, a questo punto, diventa solo un “problema” che si interpone tra lui e la realizzazione della sua idea.
E’ per questo che continuo a sostenere che in questo caso lo strumento non conta, che il risultato è il frutto di un operazione ben più grande.