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Morti Steve Jobs ed il Citizen Journalism? Uno sta bene, l’altro è in rianimazione

Qualcuno ha postato la notizia del tutto falsa che Steve Jobs ha avuto un attacco di cuore su iReport di CNN. CNN riporta la notizia, poi corregge il tiro e si scusa. Il titolo Apple crolla, poi si riprende.

Le ricadute di questo accadimento (che includono un indagine della Securities and Exchange Commission) porterebbero qualcuno e a pensare al fallimento del Citizen Journalism. No, non è così.

Gli osservatori più acuti e quelli che di Web 2.0 si occupano dagli albori, avranno notato come in realtà se di fallimento si deve parlare, allora sarebbe più corretto palare del fallimento dei sistemi aperti.

I “Citizen” (giornalisti non professionisti) possono usare piattaforme come iReport per riportare leggittimamente notizie, così come successe quando collassò il ponte di Minneapolis.

Il problema è che le piattaforme aperte (soprattutto quelle esposte anche sul mainstream) sono anche centro di raccolta di bugiardi, spammer, ladri, disturbatori, persone in cerca di visibilità facile, ecc. Questo sembra essere un argomento di poco conto per chi difende a spada tratta il Citizen Journalism.

Sto parlando delle due facce della medaglia dei cosiddetti open systems.

Sto parlando dell’altro lato della medaglia. L’ideologia dei sistemi aperti di partecipazione ha rivoluzionato i media, ma la stella ideologia è spesso molto ingenua. L’apertura totale comporta la perdita di alcuni standard, fondamento dell’autorevolezza della fonte di informazione.

Il problema non è di trasparenza o su chi sia qualificato o intelligente abbastanza per essere definito giornalista (anche se questa definizione è tutt’ora in via di ri-definizione). Si tratta di fiducia e trasparenza. Il problema sta quindi nel lato della medaglia meno esposto. La (dis)informazione messa nelle mani sbagliate, può provocare gravi danni. Il caso Apple ne è un esempio.

La CNN, come altri che hanno implementato sistemi completamente aperti al loro interno, dovrebbero riflettere attentamente sul potenziale danno che può essere fatto quando si lanciano notizie fuori “standard editoriali” in nome della “partecipazione aperta”.

Invece di ospitare il citizen journalism al proprio interno, il che è ovviamente quello che le organizzazioni dei media tradizionali originariamente sono state progettate per fare, le piattaforme d’informazione dovrebbero trovare il citizen journalism sulla piattaforma più aperta che ci sia: il Web. Quando si trovano buone informazioni, da verificare in base a standard giornalistici, allora il valore della notizia sta nel link a quell’informazione. Così, invece di creare una piattaforma aperta di spam, piattaforme di informazione che hanno creato più connessioni sul Web elevano il link a notizia. Il valore quindi sta nel link, piuttosto che nella notizia stessa: link journalism.

L’inprudenza di esporre una piattaforma del tutto aperta ai propri lettori/spettatori comporta, a lungo andare, una perdita di fiducia.

L’applicazione ed il mantenimento di alcuni standard però è inevitabile per garantire qualità e garantirsi fiducia.

  • Mantenere l’indipendenza editoriale da ogni specifico interesse, sia commerciale, che politico, di lobbying, di marketing ecc.
  • Non plagiare.
  • Non effettuare trattamenti di favore.
  • Chiarire i confini dei propri conflitti d’interessi.
  • Essere accurati ed onesti.
  • Essere accessibilli e responsabili nei confronti del pubblico.
  • Mettere a disposizione del pubblico, una serie di norme di giornalismo o un codice etico  editoriale ai quali si fa riferimento.

Applicare standard come questi, significa produrre un informazione corretta prima di tutto nei confronti dei propri utenti/lettori/spettatori.

Discorso diverso è quello, ormai ciclicamente ricorrente, sulla ridefinizione di giornalista classico.

Questo post è stato scritto da Giovanni Calia, il 5 October 2008 alle 4:06 pm ed è inserito in fuori dalla rete, web 2.0 ed è taggato con , , , , , . Questo è il permalink. Puoi seguire i commenti con il feed RSS.

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