
“Un’adunata spontanea e collettiva: un movimento di popolo, una iniziativa di popolo”: così definisce Calamandrei la Resistenza. Non solo quindi una guerra di volontari. E questo moto popolare sbocciò subito, alla notizia dell’armistizio dell’8 settembre, malgrado l’ignavia e il criminale disinteresse per il popolo e per l’esercito manifestati dal governo Badoglio e dalla monarchia complice del fascismo.
Già il 9 settembre a Porta S. Paolo a Roma, popolo e granatieri di Sardegna combattono (e muoiono) affrontando i paracadutisti tedeschi. La divisione Acqui a Cefalonia vota la resistenza all’ordine di resa emesso dal comando germanico, combatte per una settimana, viene massacrata (oltre 6.000 fucilati dopo la resa) mentre le divisioni Venezia e Taurinense in Jugoslavia costituiscono la divisione partigiana “Garibaldi” che combatterà sino alla fine della guerra con la resistenza jugoslava.
Truppe italiane e popolo combatterono a Barletta, a Lanciano, a Matera, in Corsica con i francesi, a Piombino e in tante altre località mentre Napoli insorge e, solo con la forza disperata dei suoi abitanti, si libera dall’esercito tedesco che aveva progettato una resistenza ad oltranza nello stesso tessuto urbano. E’ la prima grande città europea che si libera da sé (27-30 settembre 1943) quando l’esercito nazista domina ancora, dalla Norvegia al Garigliano, dalla costa normanna all’Ucraina, comprese Grecia e penisola balcanica. La prima divisione partigiana (patrioti della Maiella) in Italia si costituisce in Abruzzo a ridosso della linea Gustav, disposta dai tedeschi tra il Garigliano e l’Adriatico a sud di Pescara.
Naturalmente procedendo verso il nord la Resistenza italiana assume aspetti sempre più articolati e coinvolgenti con il passare dei mesi e con una sempre più capillare organizzazione. Si è detto “iniziativa di popolo”. Non può essere diversamente poiché un esercito alla macchia che nell’estate 1944 verrà a coinvolgere oltre 200.000 “ribelli” e un numero di formazioni partigiane tra le 100 e le 150, non può sopravvivere neppure una settimana senza la partecipazione e il sostegno della popolazione che per questo scontò rappresaglie, deportazioni, massacri di civili inermi.
Fu un esercito di popolo, ma anche un esercito politico cioè improntato da scelte di carattere ideologico, magari confuse nella mente dei più giovani che avevano solo ricevuto l’educazione del ventennio, ma significativamente orientate dai vari commissari, dai più anziani ed esperti che avevano vissuto la lotta politica nei primi decenni del secolo o scontato la galera fascista o partecipato alla difesa della repubblica spagnola. E questo esercito non si limitò alle azioni belliche di sabotaggio delle comunicazioni, di attacco ai presidi fascisti o nazisti, ma costituì - fatto che ha del prodigio – il nucleo democratico attorno al quale si costituirono le prime giunte comunali, le prime espressioni di autogoverno nelle quali, per la prima volta in Italia, trovarono spazio anche le donne. Del resto le donne non furono assenti dalla lotta partigiana, ma presenti come staffette di collegamento e di supporto, come infermiere, come tutrici di ricercati, di ebrei, di perseguitati e in molti casi furono le donne stesse combattenti. Su queste basi fu possibile nell’estate del ’44 la costituzione di vaste areee libere, le cosiddette repubbliche partigiane: le valli piemontesi, Torriglia nell’appennino ligure, le Langhe, Montefiorino nell’appennino modenese, la Carnia, la cosiddetta repubblica della Val d’ Ossola, il Cansiglio e il Grappa. Furono zone ove si esercitarono le prime forme di autogoverno e persino in qualche caso, le elezioni democratiche.
Tutto questo fu possibile solo con la partecipazione di popolo e con la totale delegittimazione non solo dell’occupante nazista ma di quella sedicente repubblica sociale che il residuo fascismo di guerra aveva instaurato con il permesso dell’esercito tedesco. E’ per questo che neghiamo a quel regime ogni dignità rappresentativa. L’autorità di quel regime promanava solo dalle concessioni dell’occupante che, autonomamente, aveva già disposto l’amputazione di parte del territorio italiano, coatuendo con l’alpenvorland, comprendente le province di Belluno, Trento e Bolzano, una nuova regione germanica inglobata nel Tirolo e con l’Adriatiesche Kustenland comprendente oltre l’Istriae la Slovenia le province di Trieste, di Gorizia e di Udine un’altra regione germanica inglobata nella Carinzia austriaca. La repubblica di Mussolini accettò senza discutere mai i nuovi confini italiani e in tutti quei territori venne a mancare da subito, ogni parvenza di autorità legale italiana. Di quale mai difesa della patria potè mai fregiarsi la repubblica di Mussolini ?
Le forze armate che la R.S.I. riuscì, col permesso tedesco, a costituire , non furono mai, dico mai, impiegate contro i “nemici” eserciti anglo-americani che risalivano la penisola se si eccettua una breve permanenza del battaglione Barbarigo della X Mas sul fronte di Anzio e una poco più che simbolica comparsa di qualche reparto della “Monterosa” in Garfagnana negli ultimi giorni di guerra, contro il contingente brasiliano.
Tutte le forze militari e tutte le famigerate polizie autonome (bande Koch, Carità ecc., legione Muti, brigate nere, X Mas, Guardia repubblicana) ebbero solo e unicamente il compito di contrastare i partigiani, di eseguire rappresaglie in concorso con le SS tedesche, con ausiliari di varia provenienza etnica, di allestire campi di detenzione, di praticare la tortura sistematicamente, di cacciare e deportare ebrei. Rifiutiamo a loro il titolo di combattenti come si è tentato di fare recentemente da parte di esponenti parlamentari di destra e quindi nessuna equiparazione ai partigiani della Resistenza è mai possibile. La pacificazione è un processo politico che risale ormai a 60 anni fa, ad opera esclusiva della Resistenza che dopo 20 mesi di lotta durissima - nel cui computo vanno sempre ricordate anche le stragi naziste di inermi cittadini (Marzabotto, Civitella in Val di Chiana, S. Anna di Stazzema, padule di Fucecchio, Castello di Godego, Colle della Benedicta, Boves ecc. ecc.) – riuscì con l’insurrezionepopolare a liberare le città del Nord prima dell’arrivo alleato e a difendere e a salvare le fabbriche, le centrali elettriche, gli stessi porti di Genova e di Venezia.
La Resistenza ebbe infine l’altissimo merito di aver reso possibile la rapida ricostruzione del paese, avviata una rinascita politica con l’istituzione della Repubblica e l’elaborazione di una avanzata , democratica Costituzione. Tutte le forze politiche che avevano contribuito alla resistenza, da quelle marxiste social-comuniste alle forze laiche e risorgimentali repubblicane ed azioniste, dalle forze di ispirazione cattolica a quelle liberali, si ritrovarono nella Carta Costituzionale approvata, dopo oltre un anno di discussioni aperte e democratiche, quasi all’unanimità (453 sì e solo 62 no nonostante la già avvenuta distinzione tra una maggioranza governativa e una minoranza di opposizione).
Difendere quella Carta e con essa il valore della Resistenza è oggi un imperativo morale prima che politico
Francesco Scattolin
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