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La relatività culturale del tempo

| 8 October 2007 | 19 Commenti

Ieri sera parlavo con mio padre di alcune cose a proposito del lavoro che faccio, della condizione in cui lo faccio e così via. Oggi leggendo due post di due veri professionisti di questo settore sono rimasto un po’ turbato. E’ come se avessero ascoltato la telefonata con mio padre e l’avessero trascritta (a modo loro) sulle pagine dei loro blog.

Leggendo questi articoli stamattina ho collegato quei pensieri al concetto di temporalità, al tempo e al senso che noi gli diamo. Non so perchè, ma per diversi motivi il concetto del tempo mi risulta molto vicino ai “problemi” espressi da Mafe e ai paradossi espressi da Enrico, anche se ultimamente il mio personale concetto di tempo è mutato parecchio, ma torniamo ai post.

Mi trovo in totale accordo con quanto detto da Enrico e Mafe, rispecchiandomi in molte delle situazioni lavorative che hanno descritto. Nonostante sia anagraficamente più piccolo di loro mi sono già trovato diverse volte a “scontrarmi” con clienti o comunque imprenditori che non comprendono la logica che c’è dietro la cultura odierna (che poi è la cultura della rete). Questo è un problema molto più grosso per me che per loro due. Il divario tra me e chi mi trovo di fronte è spesso enorme, facendomi raddoppiare gli sforzi, più di quanto lo possano fare persone con maggiore esperienza (e primavere) alle spalle.

E’ già capitato (ne cito solo uno) che il responsabile marketing di una grossa catena di supermercati ed ipermercati nazionale mi venisse a dire che il primo obiettivo del sito doveva essere mettere online gli orari di apertura e chiusura dei negozi. A parte che il loro bel portale è in piedi da diversi anni, mi chiedo che cosa ci hanno fatto fin’ora con sto benedetto portale, potete comprendere come mi sono sentito quando mi hanno comunicato questa cosa. Una riunione del genere ha molto più peso su di me che su persone più adulte che fanno lo stesso lavoro. Probabilmente loro ci avranno fatto il callo, probabilmente non ho ancora l’esperienza necessaria per poter affrontare emotivamente una cosa del genere, probabilmente c’è qualcosa che non va.

Quella cosa che non va si chiama “emigrazione digitale”.

Ecco, oggi il mondo (politico, aziendale, etc..) è governato da persone che sono nate e cresciute con una certa cultura, quella cultura che Negroponte definisce “analogica”, che si sono abituati a certi lnguaggi, che hanno un certo modo di intendere il lavoro, che si relazionano con gli altri in modo diverso da come lo può fare un ragazzo che oggi ha 15 o 20 anni.

Insomma, è la storia che più o meno tutti conosciamo sulle differenze tra i nativi e gli emigrati digitali. Beh io mi sento a tutti gli effetti un nativo digitale e come me, molte delle persone che conosco (nonostante l’età). Ecco che ritorna il concetto di tempo.

Non si può parlare di puri nativi digitali o puri emigrati digitali. In questo periodo storico le “specie autoctone” sono rare. Quello che vige è la confusione. Ci sono ragazzi della mia età (ma anche più giovani) che ragionano da cinquantenni e cinqantenni che ragionano venticinquenni, forgiati dalle esperienze e dalle istruzioni diverse. Non esiste uniformità e più che mai l’età non conta. E’ una variabile in funzione della tecnologia intesa in senso più ampio. Qui ritorno al concetto di tempo. Cos’è la tecnologia se non il modo di pensare il tempo? In questo senso quindi, la comunicazione è strutturata in funzione dal tempo. La cosa diventa quindi assolutamente soggettiva, tutto in funzione della nostra capacità di definire la tecnologia, il tempo e la comunicazione. Diventa chiaro che diverse culture hanno tempi diversi.

Per questo io mi trovo assolutamente disperso quando devo affrontare qualcuno che considera la tecnologia, il tempo, la comunicazione (e quindi gli investimenti per quest’ultima) in modo totalmente diverso dal mio. Non c’è quasi nulla che ci connette..a parte la rassegnazione.

Sono arrivato ad una conclusione. Non cercherò di evolvere i miei clienti, ma mi evolverò io. Qualcuno disse che “l’evoluzione è la coscienza che torna su se stessa” e considerando che mi rispecchio molto in questa affermazione tornerò a gurdare la mia coscienza. Tornerò alle mie origini, cambiando totalmente i miei obiettivi futuri. E’ anche per questo che ultimamente ho fatto delle scelte che condizioneranno non poco il mio futuro, ma che, nonostante tutto, mi faranno essere molto più soddisfatto di me stesso di quanto lo sia ora.

E le mie passioni? Rimarranno tali, evitandomi di dover rimanere puntualmente deluso dall’incapacita cognitiva della classe dirigente attuale, ma permettendomi di agire concretamente utilizzando gli strmenti che ritengo di padroneggiare. In questo senso presto darò notizia di un primo passo importante. Per scoprire quali sono i cambi di rotta che mi riguardano personalmente dovrete attendere ancora un po’.

La relatività culturale del tempo

19 Commenti in “La relatività culturale del tempo”

  1. 1 kOoLiNuS  | 1:13 pm | 8 October 2007:

    premesso che sto andando in pausa pranzo e che l’argomento è vasto.

    c’è qualcosa del tuo discorso che non mi torna, nel senso di cause ed effetto delle tue considerazioni. mi pare che tu enunci una situazione (in essere da almeno 15 anni … wired, Negroponte e Dilbert sono qui da parecchio) e prendi una strada che col problema ha poco a che fare.

    ma la mia e’ una sensazione di pancia. sara’ la fame …

    ti abbracco Giova’ !

  2. 2 Giovanni Calia  | 2:12 pm | 8 October 2007:

    No, è così, in realtà su due piedi così, non la si pò afferrare, ma ci sono delle fumature che qualcuno sicuramente ha carpito. Quando ci veddremo (a natale?) ti dirò un po’ di cose che ti faranno comprendere appieno il discorso. ;)

  3. 3 kOoLiNuS  | 4:11 pm | 8 October 2007:

    ok, quando ci VEDDREMO sicuramente cogliero’ le FUMATURE

    ;-)

  4. 4 Giovanni Calia  | 4:20 pm | 8 October 2007:

    :D ovviamente ho sbagliato a scrivere (come sempre)..me ne accorgo solo ora..

  5. 5 Giovanni Calia  | 4:30 pm | 8 October 2007:

    Riscrivo:

    No, è così, in realtà su due piedi così, non la si pò afferrare, ma ci sono delle sfumature che qualcuno sicuramente ha carpito. Quando ci vedremo (a natale?) ti dirò un po’ di cose che ti faranno comprendere appieno il discorso. ;)

  6. 6 pino suriano  | 11:37 pm | 8 October 2007:

    …e allora… Cosa fa la nuova generazione digitale??? Si fa educare da quella vecchia??? Dai non mollare…
    Tanto non ho capito…ma il Don Chisciotte comincia così: “Non abbandonare gli ideali di un tempo”. I soldi verranno..col tempo.
    E quando ti chiederanno “che lavoro fai?” forse potrai essere orgoglioso di non saper rispondere.

  7. 7 Giovanni Calia  | 11:58 pm | 8 October 2007:

    no Pino, io non mollo, guardo solo un facci alla realtà. La realtà è che oggi in Italia non si può fare questo mestiere “per passione”. Chi lo fa (non a caso) è bravo e ha molta pazienza.
    Si possono però fare un sacco di cose “no profit” che danno vigore all’anima. Lì i soli non c’entrano niente, ma i risultati valgono più di qualsiasi ricompensa.

  8. 8 kOoLiNuS  | 12:49 am | 9 October 2007:

    Giovanni, tu sai che io a voi giovani vi voglion bene tutti … epperò se sfotto sugli errori di digitazione è perchè voglio che uno rilegga quanto scritto :-D

    non te la prendere, sono come un nonno scorregione con i miei “punzecchiamenti” …

    cio’ detto:

    La realtà è che oggi in Italia non si può fare questo mestiere “per passione”.

    che cazzata e’ mai questa ? se sei un professionista non farai mai nessun mestiere “per passione”, ma per completare una parte di te e renderla perfetta. E sopratutto averne il riconoscimento (della “perfezione” intendo), sia morale che economica.

    Ecco, il problema è che c’è troppa gente che fa questo mestiere (ascrivibile nell’universo “col pc”) con i piedi e perchè ne capisce mezza, andando a detrimento del Professionista, delle sue aspirazioni, del suo “status” e più banalmente del suo portafogli.

    Perche’ negli esempi portati oggi da te in link, ma di cui troverai tonnellate di conferme in giro per il web, vedrai come un sitarello veloce da 500 euro sia oggi considerato equipollente ad uno da 5mila senza che il “cliente” sia consapevole di aver acquistato una Mercedes invece che una Lada e senza che questi abbia la cultura e le conoscenze o dei semplici parametri, che lo aiutino a prendere coscenza di cio.

    Educare il cliente, quindi, mi pare l’unica via per vivere sereni. E se ti sei rotto, cerca solo clienti educati :-D

  9. 9 valentina  | 8:55 am | 9 October 2007:

    Guarda, io credo di capire quello che dici (non perchè mi trovi nella tua situazione, ma perchè lo hai scritto in modo chiaro).

    Non so però, io credo che il processo sia a monte, e il problema vero è che in ambito lavorativo non ci può essere il tempo per affrontarlo come dovrebbe.

    Nelle tue parole però ci vedo un atteggiamento che a mio avviso rischia di allontanare ancora di più. Tu parli in termini di evoluzione (o di educazione, leggo nei commenti)come se la logica della rete rappresentasse un passo in avanti in un percorso che mi richiama troppo da vicino la logica della “civilizzazione”, secondo cui le culture stanno in scala.
    Ecco, io credo che porsi come più evoluti abbia degli effetti negativi, anche se mossi da intenti rispettabili e onesti. Vedi, rivolgo a me stessa queste stessa critica, quando mi scoccio con mio papà che nemmeno usa la mail e magari lo tratto con un po’ di sufficenza, invece che mettermi lì e fargli vedere perchè GLI serve.
    Non so, forse dovremmo porci (parlo al plurale anche se io non so bene dove mi colloco) come ponti fra due monti, e non come pertiche fra due piani.

  10. 10 Giovanni Calia  | 8:56 am | 9 October 2007:

    Nicola il mio discorso è diverso e mi sono espresso male causa poco tempo a lavoro…
    :)

  11. 11 kOoLiNuS  | 11:49 am | 9 October 2007:

    Giovanni, io ho capito quel che tu dici …. ma il vero punto della questione è un altro …. colmare quel divario, come dice Valentina, tra chi ha imparato il “linguaggio” “dei pc” – notare le virgolette su entrambi i concetti – e quelle persone che non lo capiscono.

    O meglio, non accettano di dover fare “determinate cose” per ottenere un servizio, che in altri campi non debbono essere fatte …

    Per quanto riguarda il punto espresso da Valentina …. cara Valentina tieni conto che molti di noi – anche se giovani – hanno ormai 10 anni di “vita” in questo ambiente, con queste problematiche … e poi la stanchezza e e quell’effetto dei “vampiri della conoscenza” porta ad un allontanamento .. insomma, non è facile !

  12. 12 Giovanni Calia  | 12:43 pm | 9 October 2007:

    Valentina, non voglio generalizzare. Nel post mi sono riferito ai rapoprti lavorativi con chi commissiona dei lavori e nnon ne comprende il senso. Il problema lavorando è diverso perchè per quanto glielo puoi spiegare, sono loro che ti pagano :)
    Nessuna scala o gerarchia. Anzi, tutto il contrario, ma in quest’ambito i giochi sono diversi.
    Non è di linguaggio che parlo, ma di cultura della rete, e non perchè non le capiscano certe cose, ma perchè non le capiscono a fondo..spiegarmi così è dura. Propongo un caffè con tutti e due che è meglio ;)

  13. 13 BestKevin  | 4:56 pm | 9 October 2007:

    Concordo con quello che dici (o scrivi), putroppo pero’, e qui rispondo a pino suriano, la relazione in questo caso e’ di consulente-cliente, non c’e’ modo per il consulente di forzare la mano tendando di far capire al cliente cosa e’ giusto secondo le proprie idee e cosa no, e quindi, dovendo fare il lavoro, lo fa nel modo in cui il cliente desidera. Purtroppo ci si deve adattare alle persone che si hanno davanti, essendo loro che pagano le fatture.

  14. 14 Giovanni Calia  | 5:10 pm | 9 October 2007:

    @tutti mi rendo conto che il post può essere frainteso perchè ci voleva una bella introduzione. E’ di fatto un post molto soggettivo derivato da una mia situazione emotiva e lavorativa. Capisco che non capite appieno quello che scrivo. In effetti non potreste :)
    …e me ne scuso.

  15. 15 valentina  | 9:13 pm | 9 October 2007:

    allora aspetto il caffè
    :)

  16. 16 giovanni calia  | 1:25 am | 10 October 2007:

    Beh, mi sa che è più facile con te che con koolinus. La mia ragazza ha appena finito un master allo IULM e vive non molto lontano da lì. Con nicola mi viene più scomodo :)

  17. 17 kOoLiNuS  | 4:19 pm | 10 October 2007:

    razzista :-D

  18. 18 valentina  | 8:46 pm | 10 October 2007:

    ma guarda quanto è piccolo il mondo….quando sei in zona fatti sentire allora
    :)

  19. 19 dido  | 1:12 am | 11 October 2007:

    @koolinus:
    dicevi: «che cazzata e’ mai questa ? se sei un professionista non farai mai nessun mestiere “per passione”, ma per completare una parte di te e renderla perfetta. E sopratutto averne il riconoscimento (della “perfezione” intendo), sia morale che economica.»

    che cazzata è mai questa? :-)
    io faccio il mio lavoro per passione, non saprei farlo altrimenti. E credo che la mia professionalità ne tragga vantaggio.


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