La prima parte dell’articolo di Giuseppe Granieri su Apogeonline riassume in maniera egregia il passaggio da una cultura economica di massa a quella delle nicchie. Come ricorda Giuseppe, citando lo stesso Anderson, questo fenomeno non è iniziato con internet, ma con l’introduzione di quelle techiche che ci permettono di organizzare, vendere, trovare beni. L’introduzione dell’ISBN, del codice a barre, dei database relazionali sono solo alcuni degli esempi possibili.
Internet ha semplicemente amplificato i fattori in gioco in questo processo di organizzazione e ricerca (ed eventualmente acquisto). Nell’articolo è giustamente sottolineato l’aspetto storico della questione, in quanto rappresenta bene l’andamento di un mercato di acquirenti in rapporto alla disponibilità dei beni. Se si osserva questo rapporto in funzione del tempo, ci si rende conto che la crescita esponenziale degli acquisti è funzione del crescere dei mezzi e delle techiche in grado di soddisfare le esigenze dei consumatori. Come Internet abbia fatto impennare verso l’alto questa curva lo spiega Chris Anderson nel suo libro. La teoria della “lunga coda” quindi non è altro che la versione digitale di un processo analogico già in atto durante il corso della storia. La teoria della “lunga coda” inoltre (come faceva notare qualcuno tempo fa), non è altro che la trasposizione moderna del Principio di Pareto (1897).
La teoria di Anderson insomma, non è una novità, ma spiega bene i processi economici moderni che regolano la legge della domanda e dell’offerta su Internet, che Giuseppe Granieri sintetizza in questo modo:
Il rapporto tra informazione e mercato è una variabile determinante nel funzionamento del mercato stesso. Per ottimizzare al meglio domanda e offerta è necessario che il potenziale portatore di domanda sia pienamente informato sull’offerta. Se, in una ipotesi teorica, esistessero tutte le informazioni necessarie su tutti i prodotti disponibili, sapremmo innazitutto qual è esattamente il prodotto che soddisfa in pieno le nostre aspettative. E poi, con ragionevole probabilità, potremmo sospettare di nutrire delle aspettative che non credevamo di avere perchè non immaginavamo che determinati prodotti esistessero.
Sulla base di questi principi è assolutamente eclatante l’esempio dell’aumento dell’offerta nelle piccole librerie dopo aver utilizzato un piccolo stratagemma:
Qualcuno forse ricorda le librerie di Mezzocannone a Napoli, locali piccolissimi in cui generalmente non si riusciva quasi ad entrare, ma in cui esisteva un rapporto fiduciario tra cliente e titolare. Poi fu escogitato un altro sistema: togliere i libri dagli scaffali e, in luogo di mostrarli col dorso, impilarli con la copertina in alto e far passeggiare il lettore tra i titoli. Un modo come un altro per aumentare l’informazione e far conoscere l’offerta. E naturalmente, come parziale supporto alla circolazione di informazioni, c’era anche il passaparola tra conoscenti, colleghi ed amici.
Questo è un chiaro esempio di come già tempo fa il mondo analogico aveva fatto un passo in direzione di quello attuale (digitale) spinto da una necessità che internet ha risolto…o sta risolvendo:
Ma c’erano anche altri problemi strutturali. La distribuzione costa e fuori dalle aree molto urbanizzate non è economicamente sostenibile, in assenza di una massa critica di lettori. Quindi va fatta una scelta: ancora una volta, in periferia e in provincia, si mandano solo i titoli con maggiori probabilità di essere venduti. I bestsellers, appunto. [..] Librerie come Amazon hanno cercato di integrare la capacità sociale di far circolare informazioni sull’offerta con la disponibilità totale di accesso a tutti i titoli. E’ da questo momento che ha cominciato ad essere evidente la “coda lunga”: con maggiori informazioni e maggior accesso, le scelte degli individui non convergono su pochi titoli, ma assecondano le preferenze personali (e si comincia a far fatturato vendendo poche copie di moltissimi titoli).
Il discorso si concentra poi su Anobii, uno strumento in grado di superare i limiti di Amazon che, per quanto evoluto, manca di una componente umana e sociale forte.
Il mio discorso però non prosegue su Anobii. Ho preso spunto da questo articolo per portare avanti un ragionamento uscito in parte già in qualche post precedente e sul quale vorrei soffermarmi un po’ di più: l’applicazione di queste teorie alla Net-TV.
Premetto, non ho ancora letto il libro di Tommaso, e quindi rischio di dire cose già dette, ma la situazione in cui ci troviamo con le TV indipendenti fatte grazie al Web, mi sta incuriosendo molto. Il fenomeno Net TV, anche se ancora in una fase primordiale, è a mio parere legato (vedremo come) al fenomeno delle radio libere degli anni ‘70. Le condizioni sono ovviamente diverse. La radio allora aveva una diffusione altissima, più della televisione, coprendo la quasi totalità della popolazione, di conseguenza il potere mediatico che aveva era molto più consistente. Questo permise il veloce proliferare di un fenomeno che ha fatto la storia, quello delle radio libere.
Le condizioni oggi sono molto diverse. Internet è un mezzo ad uso e consumo di “pochi” italiani. Si calcola che in Italia solo il 36% della popolazione si colleghi ad Internet, portandoci ad essere il fanalino di coda dell’Europa in questo settore. Se consideriamo che di quel 36 % della “popolazione connessa” una grossa fetta usa Internet solo per lavoro o per cercare informazioni lasciando agli altri media il compito di fornire notizie ed intrattenimento, allora capite bene che stiamo parlando di una nicchia. Niente in confronto al pubblico della radio degli anni ‘70. A questo si aggiunge, come se non bastasse, il problema del digital divide non solo tecnico, ma culturale.
Questo scenario è sufficiente per capire che molto probabilmente una mia recente provocatoria visione, probabilmente rimarrà tale per un po’ di tempo.
Per quanto ancora limitato (anche a causa dei mezzi disponibili) , il fenomeno della Net TV è un ottimo esempio in cui si può applicare più chiaramente quanto detto prima sui libri. Il mercato della Televisione in Italia è occupato da poche emittenti analogiche che controllano la quasi totalità del mercato. A queste si affiancano i piccoli emittenti analogici locali che costituiscono la parte che si rivolge alle nicchie. Per un contesto più ristretto troviamo i canali non-generalisti del satellite (comunque limitati) che non possono più essere definiti di nicchia per ragioni che vedremo a breve. E poi c’è la TV via cavo, ma è un discorso che non ci riguarda.
Perchè non è possibile definire le trasmissioni via satellite di nicchia è presto detto.
L’offerta televisiva del stellite (come quella della televisione) è limitata dall’ampiezza di banda del canale utilizzato. Questa limitazione, per quanto superiore a quella della TV analogica terrestre, obbliga gli emittenti a selezionare i contenuti che sono normalmente divisi in generalisti (prevalentemente in chiaro) e di nicchia (a pagamento). Le “nicchie”, se così si possono chiamare, sono selezionate per poter raggiungere il più ampio pubblico possibile, motivo per cui è più facile trovare un canale dedicato ai documentari naturalistici che uno dedicato interamente ad una città o ad un piccolo paese. Il fattore dominante in questo caso è il costo improponibile di una messa in onda di questo tipo (dovuto anche al fatto che è difficile trovare investitori pubblicitari disposti a pagarne le spese).
Se confrontiamo questi limiti con una TV fatta in casa grazie al Web ci rendiamo subito conto che non è possibile parlare di nicchie riferendosi ai palinsesti del satellite.
Il Web da parte sua permette la messa in onda di trasmissioni a costo zero (o quasi), raggiungibile da qualsiasi parte del mondo, e quindi predisposte a dar ancor più valore al principio della “coda lunga”.
Se Giuseppe Granieri parla di “provincia” riferendosi a quei mercati che prima dell’avvento di Internet erano vincolati alle logiche economiche di massa, per la Net TV il concetto di provincia si allarga. In questo caso per provincia si intenderanno tutte le persone che non hanno la possibilità di accedere ad una forma di intrattenimeto di nicchia.
Non più una porzione di territorio ristretta con target concentrato entro quei limiti, ma un allargato target distribuito in vastissime porzioni di territorio (di fatto su tutto il pianeta) . In questo caso quindi la “provincia” è la persona, perchè l’oggetto non è analogico ma digitale.
Il grosso problema della Net TV è il canale che oltre a restringere di molto il target, frena la sua crescita. Per questo motivo è curioso osservare come in una eventuale definizione di TV ed in una di Net TV dal punto di vista tecnico e sociologico, la differenza sia soltanto in ambito sociologico, quindi in termini di risultato sul destinatario.

Per questo motivo il suo grande vantaggio è allo stesso tempo il suo più grande freno.
La Net TV non è quindi solo un mezzo di comunicazione di nicchia, ma riservato alle nicchie di popolazione, quelle in grado di accedere a questo mezzo, sia dal punto di vista tecnico che cognitivo. Probabilmente fra qualche anno saremo in grado di trasmettere (e visualizzare) sul web dal vivo utilizzando un cellulare, ma fino ad allora la fruizione di quest contenuti sarà a disposizione di “pochi” fortunati e la Net TV non sarà in grado di intaccare gli ascolti della Televisione classica. I due mezzi, si riferiranno quindi a target diversi, occupando aree di mercato diverse nonostante il nuovo mezzo sia un passo avanti.
Per quanto si stia diffondendo l’entusiasmo per questo mezzo, non può essere ancora paragonato alla rivoluzione accaduta negli anni ‘70, anche se, come allora, è paurosamente crescente il bisogno di controinformazione e di alternative valide e creative all’intrattenimento sia domestico che in mobilità.








non credo molto nello schemino qui sopra…
la comunicazione di massa secondo me è destinata ad estinguersi.
Secondo me non morirà. A quella si affiancherà un’altro tipo di comunicazione.
Giovanni dici delle cose giustissime e in modo molto comprensibile, è proprio un bell’articolo.
Su alcune però non sono totalmente d’accordo.
Dall’ultima dei commenti non concordo nemmeno io con Axell. Internet porta all’aggregazione più comoda in nicchie e community interessate agli stessi argomenti ma la globalizzazione ci renderà più simili e predisposti a informazioni massificate, che oltretutto arriveranno in modalità multicanale.
Poi dissento anche un po’ sul fatto che le trasmissioni satellitari o diciamo televisive tradizionali non possano essere per le nicchie. Io distinguo internet e tutti gli strumenti 2.0 dal broadcasting semplicemente per un limite tecnico e quindi di conseguenza sociale. Nel primo caso c’è bidirezionalità e quindi possibilità di cooperazione nel secondo trasmissione da uno a molti. Questo però non vuol dire che contenuti indirizzati a nicchie, che peraltro molto spesso si aggregano attorno a temi di specifici territori, non possano raggiungere il proprio pubblico attraverso il satellite.
Esempi di TV sarde o siciliane satellitari con contenuti di basso livello qualitativo hanno un vasto pubblico (peraltro anche emigrato in europa) e il suo raggiungimento è non limitato ma addirittura avvantaggiato dalla copertura satellitare, rispetto a vaste zone con difficoltà di copertura internet e digital divide, o come giustamente citi tu di limiti della cultura tecnologica. Eppure i contenuti ti assicuro che sono molto di nicchia, arrivando addirittura alla realizzazione di programmi in dialetto.
La Net TV e parlo solo della live Net TV per avere un paragone più calzante con la TV tradizionale, si sta configurando come la TV dei blogger, e cioé di persone che hanno già coscienza di avere un proprio spazio per dire la loro opinione. La Net TV sfrutta la bidirezionalità e unisce vari mezzi digitali, comunica con la chat, ma anche con i video response (già visti anche nell’ondemand community di youtube), e con la possibilità di andare in onda sotto inviti in un net format. Questa webcam tv trovo che attualmente abbia dei limiti perché relegata a talk show (per ora solo a tema geek) fatte dai soliti blogger, che non sfruttano appieno la potenzialità della produzione partecipata dal basso. Un po’ colpiti dal morbo della celebrità si impossessano del mezzo, un po’ cedono piccoli spazi agli ospiti di turno. Mi sembra di rivedere il solito modello visto e rivisto nelle migliaia di talk show televisivi (ti assicuro che sono tantissimi) con gli ospiti, che ormai li tappezzano puntualmente, creandosi un nuovo mestiere. Questa, la TV delle opinioni, su tutti i mezzi di comunicazione, anche quelli interattivi, prende il posto dei contenuti veri, nuovi, interessanti, banalmente… divertenti. La TV dei criticoni, degli opinionisti, che ormai ti conviene “non fare”, perché se fai qualsiasi cosa puoi sempre trovarti un gabibbo o una iena dietro l’angolo.
Ah già, ho fatto il criticone anch’io ma non ti ho detto cosa mi piacerebbe. Mi piacerebbe che le Net TV si possano vedere seduti in salotto (diffusione dei media center, miglioramento della qualità video, miglioramento dei collegamenti broadband).
Mi piacerebbe che la Net TV sia una vera alternativa (anche di nicchia) alla TV tradizionale, prendendo buone pratiche dalla sua antenata e proponendo modelli nuovi, di comunicazione e di business.
Mi piacerebbe fare una Net TV innovativa. Ma se avessi avuto idee innovative le avrei già fatte. Se qualcuno le avesse… parliamone.
Parliamone…il mezzo è aperto a tutti. Perchè non tentare..