Archive for January, 2007
Ieri ho assistito all’ultima delle conferenze organizzate per ToShare, il festival annuale dell’arte e della cultura digitale organizzato dall’Accademia Albertina a Torino.
Ospite d’eccezione quest’anno è stato Bruce Sterling.
La conferenza è stata incentrata principalmente sulle community, sulla NetArt e sul rapporto esistente tra queste due cose.
Apparentemente sembrano essere due argomenti assolutamente discordanti. In realtà non è così.
Si sono subito distinte due tipologie di comunità . Quelle organizzate che fanno capo ad una piattaforma di condivisione (Flick, Youtube, Del.icio.us, MySpace, ma anche forum, ecc.) e quelle decentrate basate sul concetto di peer-to-peer.
Il web 2.0 e la creazione di comunità sembrano essere il luogo ideale per sviluppare forme d’arte in grado di aprire a nuovi mondi e modi d’espressione.
Pensiamo a Flickr o a Youtube. Queste due piattaforme stanno aprendo scenari fino a ieri difficili da mettere in pratica.
Sia su Flickr che su Youtube stanno nascendo subcommunity (i gruppi di Flickr o i canali di Youtube) che hanno come obiettivo quello di condividere una espressività personale che senza il web, ma in particolar modo senza il web 2.0, non sarebbe mai venuta a galla.
Sterling ha parlato di NetArt come il ritorno al passato.
Le comunità stanno effettivamente facendo questo. Se fino a poco tempo fa la NetArt era considerata in stretto rapporto con lo strumento, oggi il web 2.0 sta facendo abbandonare quella strada. Si ritorna ad una visione della realtà centrata sull’uomo.
Non nascono nuove forme d’arte, ma nascono nuovi modi per condividere la propria espressività . Il soggetto quindi cambia.
Durante la conferenza è stato affrontato anche un altro tema fondamentale che sta facendo preoccupare molte persone.
Sterling ha definito le piattaforme come Flickr come sistemi profondamente instabili.
Tutto il nostro sapere, la nostra arte, i nostri pensieri riversati su sistemi come wikipedia, flickr, youtube, o i blog, non sono eterni. Nessuno oggi può garantire la preservazione di questi dati. Sterling era molto sicuro, ma allo stesso tempo preoccupato quando diceva che con molta probabilità queste piattaforme scompariranno portandosi dietro tutta la mole di dati che hanno. E’ solo questione di tempo…e denaro.
E si, perchè se queste piattaforme sono in piedi è perchè dietro c’è un business. Quando quel business non ci sarà più, non ci sarà più nemmeno la necessità di dover garantire la gestione di un sistema così costoso.
Di fatto la rete è la cosa che al mondo cambia più repentinamente. Nessuno saprà cosa accadrà fra 5 o 10 anni perchè le logiche che la regolano sono anche loro in continuo mutamento, a partire dal sempre più veloce progresso dell’hardware per finire con quello software. Pensate, per esempio, che molti dei video di dieci o più anni fa sono riproducibili solo con le tecnologie dell’epoca, ormai obsolete. La corsa verso il progresso tecnologico non fa che rendere sempre più improbabile la possibilità di vedere quei filmati, portandoli alla morte, alla distruzione.
La paura che questa ipotesi diventi reale è così grande che anche i Big del settore stanno cercando di trovare delle soluzioni adeguate.
Microsoft, per esempio, ha appena stretto un accordo con Seattlepi con il quale spera di creare il computer immortale. Il progetto si concentrerà sulla possibilità di costruire una macchina in grado di non diventare mai obsoleta ed in grado quindi di poter essere lasciata (con tutto il suo archivio di conoscenza) alle prossime generazioni o addirittura alle prossime civiltà . Non a caso il nome del progetto è “Immortal Computing”.
One scenario the researchers envision: People could store messages to descendants, information about their lives or interactive holograms of themselves for access by visitors at their tombstones or urns.
And here’s where the notion of immortality really kicks in: The researchers say the artifacts could be symbolic representations of people, reflecting elements of their personalities. The systems might be set up to take action — e-mailing birthday greetings to people identified as grandchildren, for example.
Insomma, quale che sia il destino delle macchine, loro oggi contengono la nostra memoria, la nostra arte, quindi la fotografia della nostra civiltà . Il nostro presente.
Se non vogliamo che tutto ciò vada distrutto dovremmo iniziare a preoccuparci di questo.
L’avvento dell’uomo, la crescita delle sue abilità cognitive ed industriali hanno portato grossi vantaggi a se stesso, ma numerosi inconvenienti per il pianeta che lo accoglie.
Oggi l’uomo sta rischiando di mettere a repentaglio ciò che lui stesso a creato. La rete è il bene più prezioso che abbiamo e dovremmo iniziare a capire come preservarlo sia che parliamo di Net Neutrality, sia che parliamo di archivi di conoscenza o di arte.

Oggi vi parlo di Windows Vista, il sistema operativo di Microsoft in uscita a fine Gennaio.
Come molti di voi sanno sono un convinto utente Apple, ma nonostante tutto sono costretto ad avere a che fare con Windows. Questa necessità mi ha costretto ad installare sul mio MacBook due sistemi operativi: Mac OSX 10.4.8 e Windows XP.
In questo articolo cercherà di spiegarvi perchè sarebbe opportuno per un utente di Windows XP switchare a Windows Vista, ma anche perchè sarebbe opportuno non farlo.
Con questi consigli spero di fare un po’ di chiarezza su questo sistema operativo che molti non conoscono ancora.
Pare che la discussione “natalizia” portata avanti da Tony Siino sulla non rappresentatività della mappa di BlogBabel, abbia prodotto nello stesso Tony l’interesse per cercare dei metodi di valutazione diversi e più idonei alla situazione rale.
In un suo post, Tony ribadisce il suo pensiero:
“Uno studio con un campione come quello della mappa esistente non è rigoroso (perchè non tiene conto della complessità e della varietà della realtà presa in esame), ma anche uno studio rigoroso potrebbe essere molto parziale: utilizzare tecniche che rilevino soltanto la parte più accessibile dell’universo di riferimento potrebbe portare a un campione tendenzialmente rappresentativo ma relativo a una parte non rappresentativa dell’intero universo, quindi eventuali generalizzazioni non sarebbero possibili.”
E propone un’alternativa: il respondent driven sampling (RDS), cioè un metodo che “parte da alcuni casi che ne indicano altri secondo dei criteri richiesti dal ricercatore e così via, con un modello matematico che pondera il campione per compensare le distorsioni date da una formazione non casuale (e non probabilistica) dello stesso.”
Come espresso già in precedenza mi trovo abbastanza in disaccordo con la politica di analisi portata avanti fin’ora da tutti. Tecnicamente è incompleta. Non credo che la blogosfera possa essere indicizzata e sorvegliata automaticamente per gli stessi motivi che ha portato alla luce Tony, ma anche perchè stilre classifiche basate sul concetto di link attuale è una stupidaggine. Questo per diversi motivi.
Primo: Il valore esclusivamente positivo che ha un link oggi non è per niente rappresentativo, tantomeno riesce a definire le diverse sfumature delle relazioni instaurate attraverso questo semplice tag html. Per non parlare del fatto che molti network hanno gradi diversi di indicizzazione sui motori e sui sistemi che poi fanno queste classifiche.
Secondo: Come fa notare Tony, non esiste un metodo che riesce a tenere traccia dei blog che non usano i feed, che non usano gli aggregatori, che usano piattaforme minoritarie, che non sono iscritti a directory come BlogItalia eppure sono letti, commentati, partecipano a cluster di discussione ecc.
Questa fetta di blog (di cui non conosciamo la dimensione) la perdiamo inevitabilmente, ma è da considerarsi a tutti gli effetti una parte della blogosfera da non sottovalutare.
Rispondendo al vecchio post di Tony dissi che avrebbe molto più senso una classifica stilata sulla base di un concetto di link che assume diversi valori relazionali, ma per come stanno le cose è impossibile perchè i link (che poi sono la parte fondamentale della creazione delle relazioni sociali online) non esprimono alcun tipo di sfumatura semantica. Oggi il suo valore è esclusivamente positivo.
Per questo, tempo fa, mi sono chiesto se parlare esclusivamente di contenuti all’interno dei dibattiti sul web semantico non fosse errato.
Non sarebbe più opportuno pensare di semantizzare non solo i contenuti, ma anche le relazioni permettendo un diverso tipo di approccio con le diverse tipologie di Persone che “incontriamo” in rete?
Sono sicuro che se questo accadesse sicuramente riusciremmo ad “emulare meglio” il rapporto sociale tra individui arricchendolo di sfumature, ma soprattutto dovremmo riconsiderare completamente le classificazioni attuali.
Ciò che non si coglie oggi quindi, è il valore semantico delle relazioni tra individui. Questo valore semantico permetterebbe di creare una mappa ben più grande di quella di BlogBabel, perchè indagando su di esso si riuscirebbe ad arrivare a quei blog “invisibili” di cui parla Tony, ma non solo. Si riuscirebbe a definire il tipo di rapporto tra gli individui alla stessa stregua dei rapporti sociali del mondo “analogico”.
In realtà ritengo ancora che un approccio come questo sia abbastanza adeguato, ma non c’è modo oggi, di poterlo mettere in pratica. La tecnologia non ce lo permette.
Ecco che l’approccio proposto da Tony entra in gioco. Egli vorrebbe mappare la blogosfera utilizzando si un approccio semantico tra le relazioni, ma senza far uso degli strumenti tecnici che abbiamo oggi a disposizione. Questi, per quanto sofisticati, inevitabilmente perdono qualcosa.
La soluzione? Lasciar perdere le tecnicaglie e usare i metodi “della nonna”.
“Il pregio di RDS sta qui: combina l’ampiezza di copertura del campione con la sua validità statistica. In sintesi, i partecipanti alla ricerca reclutano i propri pari e i ricercatori tengono traccia di chi ha reclutato chi e del numero di contatti sociali. Un modello matematico del processo di reclutamento (e un programma esistente) pondera infine il campione per compensare le distorsioni di percorsi di reclutamento non-casuali permettendo la stima delle caratteristiche del network che connette gli individui all’interno della popolazione e la stima delle proporzioni di alcuni gruppi sulla base della struttura del network stesso.”
Concludendo ritengo che questo sia il miglior approccio fin’ora proposto per monitorare una situazione complessa come quella della blogosfera italiana. Il problema sta nel fatto che ci si affida alle persone e alla loro sensibilità . Come ogni cosa “umana”, anche questa non è esente da errori e quindi da eventuali sfalsature dell’analisi. Ad ogni modo risulterebbe comunque molto più dettagliata che i frullati di dati fatti da qualcun’altro.
E’ stato lanciato il questionario sulla blogosfera che permetterà di avere una panoramica della blogosfera italiana.
Vi consiglio di farlo e divulgaro. Io l’ho appena fatto.
link: questionario

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