Di recente ho avuto modo di sentire varie opinioni sullo sviluppo tecnologico in atto, quello che è stato e quello che potrebbe essere.
Il tema tecnologico sta diventando, sempre più, oggetto di commenti e giudizi, di entusiasmi e gioie, di perplessità e di paure, da parte della maggior parte dell’ attuale popolazione mondiale.
In realtà, se ci pensiamo bene, lo è sempre stato.
La situazione attuale vede un uso sempre più spropositato di oggettini elettronici, sempre più in grado di migliorare a tal punto la nostra vita da pianificarla.
Smanettone per gioco e futurista per hobby sono cresciuto con precise convinzioni riguardo la tecnologia. Oggi, però, mi ritrovo a essere scettico sull’utilizzo inesatto di alcune innovazioni tecnologiche messe a disposizione di noi tutti.
Senza che ce ne accorgessimo siamo passati dalle urla dal balcone per dire che il pranzo era pronto allo squillo sul cellulare, dal primo stranito rapporto con i client di posta elettronica alla videochiamata, dalle enormi cuffione antennate per fare jogging all’iPod.
C’è chi dice che si esagera, ma non può fare a meno del cellulare, chi dice che si deve e si può far qualcosa di più, chi dice che bisognerebbe trovare la via di mezzo e chi dice che bisognerebbe quasi tornare agli albori dell’esistenza.
Chi ha ragione?
Come sempre, tutti e nessuno.
L’uomo è parte stessa della natura e, come tale, ha la necessità e il bisogno di ritrovarla.
Parchi enormi all’interno di metropoli affollattissime e viaggi in luoghi di ricongiunzione con lo spirito sono sempre più gettonati da parte di chi, essendosi “evoluto” alla vita di città, è costretto in uffici cubici e monocromatici per la maggior parte della propria esistenza.
L’uomo crea tecnologia per migliorare la propria vita, e poi va disperatamente alla ricerca delle sue origini scappando dalla quotidianità.
A volte tutto sembra un controsenso.
C’è poi chi esagera.
C’è Eric Brende, specializzatosi al MIT che, grazie ad una borsa di studio, ha vissuto per più di un anno con una comunità Amish dell’east-coast e chi, per più di un mese, si è fatto rinchiudere in casa senza mai uscire e, spiato dalle videocamere, è sopravvissuto grazie alle possibilità offerte da internet.
C’è poi chi guarda al futuro: un 2035 con robot dalle sembianze umane che si emozionano e che sognano.
Quanto di questo è giusto?
Eric Brende ha fatto un viaggio nel tempo, ma lo ha fatto a ritroso e lo racconta in “Meglio senza. Staccare la spina della tecnologia”. Alex Proyas , riportando a nuova vita un libro di Isaac Asimov ha trasmesso a noi tutti la visione di un futuro prossimo secondo lui molto veritiero: quello di “I robot”.
Entrambi cercano di farci notare come la tecnologia può incidere o meno sulla vita umana.
Nonostante gli esempi abbastanza estremisti, a volte sembriamo aver proprio bisogno di ricordarlo.
In maniera molto più realista, anche Howard Rheingold, con lo studio delle smart mobs (folle intelligenti), cerca di capire fino a che punto l’innovazione tecnologica possa modificare i corpi e le menti, le abitudini e i costumi della gente. Rheingold lo fa portandoci esempi pratici, quotidiani, ormai comuni a noi tutti, ma guardando anche verso quello che potrebbe essere davvero un futuro prossimo.
Ma siamo sicuri di voler andare in quella direzione? Quanta della tecnologia che abbiamo a disposizione è davvero necessaria? Sicuramente non quanto vogliono farci credere.
Credo che la tecnologia sia utile se racchiusa in uno spazio di coscenziosità.
Credo che effettivamente alcune recenti innovazioni tecnologiche possano migliorarci la vita, ma cedo anche, che avesse ragione Brende quando scriveva che “ciò che accade sta nell’attimo. Accelerando la vita con la tecnologia, si riduce la capienza del singolo attimo. Rallentando, la si espande.”
Da parte mia cerco di trovare il giusto equilibrio, tentando di delineare la mia visione di attimo.
(tratto da un vecchio post, quando ero ancora su splinder)





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